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L'informazione rovesciata

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di Giulietto Chiesa

in IL RITORNO DELLA GUERRA, A.A.V.V. , L'Altrapagina, 2002

La nostra vita sta cambiando in maniera radicale; ci troviamo di fronte a una svolta che non ha precedenti nella storia dell'uomo, non solo di questo secolo. Ritengo che tutti quelli che tendono a presentarci gli eventi degli ultimi vent' anni come un dejà vu,cose già accadute in passato, non abbiano compreso la sfida attuale. Qui non c'è niente di dejà vu. Lo sottolineo perché la mia impressione (e anche la mia angoscia) è quella di trovarmi davanti a una situazione in cui gran parte della gente, inclusa l'opinione pubblica democratica di sinistra, non ha ancora capito che cosa sta accadendo.

Una parte della popolazione è fuori da questa tematica perché è già stata lobotomizzata e non ha la possibilità di far funzionare la propria ragione; Il resto, anche se è in qua1chemisura già vaccinato intellettualmente, non è in grado di leggere la situazione contemporanea per un motivo ben preciso: perché siamo tutti immersi in un flusso informatico che non solo di storce e manipola il reale, ma ci propone una realtà totalmente fittizia. L'intero mondo che vediamo non esiste. Il sistema mediatico ci offre un' informazione totalmente rovesciata e la offre a milioni e poi a miliardi di uomini. Il 90% di tutto il flusso informativo è prodotto da venti paesi del mondo e di questo 90 1'85% è prodotto da un solo stato: gli Usa. E tutto ciò che vediamo, ascoltiamo, consumiamo è interamente costruito sulla base di una possente, unitaria ideologia che plasma le menti. Noi questo non lo abbiamo ancora capito ma è già accaduto.

Ho letto recentemente un libro molto bello, divertente da morire di Neil Postman, un acutissimo sociologo americano, che descrive l'America di 16 anni fa, quando il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti. La fotografia dell' America delineata dall'autore sembra la descrizione dell'Italia attuale. Abbiamo a disposizione ancora 16 anni e poi saremo tutti lobotomizzati e quando l'imperatore verrà a dire: «è ora di andare in guerra», 1'80 o il 90 % della popolazione obbedirà tranquillamente come sta accadendo negli Usa.

Questo è il primo punto su cui si può riflettere. E riflettere significa organizzarsi, perché noi non abbiamo gli strumenti per difenderci da questo flusso. Noi siamo figli di una grande democrazia, della costituzione democratica più avanzata che esista in occidente, siamo nati vissuti in una società civile, ricca, articolata, dentro sistema di protezioni civili, democratiche, umane nonostante le durissime lotte di questi 50 anni, sono sostanzialmente rispettate. Tutta la retorica nauseante di questi ultimi anni, che tende a presentarci gli Usa come il modello più alto di democrazia, è sostanzialmente falsa. Gli Usa non sono mai stati e non sono nemmeno oggi un modello di democrazia per il resto del mondo. Se c'è una società dove la democrazia sta morendo, soverchiata da sistemi di strutture autoritarie, questa è l'America: un paese dove la Corte Suprema ha legiferato nel novembre dell' anno scorso, sottolineo solo questo piccolo dettaglio, che il finanziamento privato delle campagne elettorali dei candidati è equivalente all' esercizio della libertà di espressione. Come ha detto molto bene William Pfaff, con questo pronunciamento la democrazia americana è finita e si è trasformata in una struttura plutocratica, dove per diventare presidente, deputato, senatore o governatore bisogna essere obbligatoriamente miliardari.

Il secondo punto della mia riflessione ruota attorno alla domanda: quale guerra è quella che sta ritornando? Premetto che tra il primo punto, l'informazione, e il secondo c'è un rapporto strettissimo. Ormai, per le ragioni che ho già accennato, le guerre si preparano in anticipo e le tele:visioni sono le più potenti corazzate, anzi le portaerei più micidiali, che decidono le sorti del conflitto. La guerra del Kosovo, che ci è stata presentata come «guerra umanitaria», è stata costruita, organizzata, preparata, con 6 mesi di anticipo, in tutto e per tutto. In questo arco di tempo milioni di persone in Occidente sono state manipolate sistematicamente, mentre altri organizzavano la rottura politico-diplomatica che avrebbe consentito di preparare la guerra. Una guerra che serviva a cambiare le regole del gioco: modificare le leggi della Nato. E infatti sono state cambiate. Come ho scritto nei miei libri, che nessuno ha contestato o recensito sui giornali più importanti forse perché non ci sono argomenti per contestarli, io vedo un nesso strettissimo fra le tre guerre più recenti: Kosovo, Afghanistan e adesso Iraq, che hanno avviato un processo terrificante.

Un cambiamento epocale

Noi andiamo verso una guerra infinita perché è cambiata un' epoca. La data simbolica è l' 11 settembre. Su questo evento varrebbe la pena di fare una riflessione di altro genere, non politico-culturale, ma spionistico organizzativa. La mia opinione è chiarissima: noi la verità sull' 11 settembre non la sapremo mai, né oggi né nei prossimi cento anni, e questa è la prova provata che si tratta di una grande operazione di terrorismo di Stato. Quando si realizzano grandi atti di terrorismo internazionale non si troverà mai nessuno che dia un ordine, perché non si tratta di un' operazione omogenea. Negli attentati dell' Il settembre, come ho provato ad argomentare nel mio libro, si vede in filigrana la presenza di protagonisti molto diversi: pezzi di servizi segreti pakistani, settori dei servizi segreti arabo-sauditi, egiziani, americani, israeliani. Queste operazioni si fanno mettendo insieme forze possibilmente ostili le une alle altre perché non si deve assolutamente vedere la trama unitaria che le lega, spesso a loro insaputa. lo pubblico nel libro un documento di un ex agente della Cia, Copeland che fu assoldato durante il tentativo di liberazione degli ostaggi a Teheran, al tempo del presidente Carter. Spiega Copeland che quando si organizza un'operazione di questo genere bisogna scegliere sempre le persone più fanatiche perché sono molto più manovrabili. Aggiunge che vanno sottoposte a una serie di prove per vedere fino a che punto possano essere controllate. L'essenziale è che ciascuno di loro deve sempre essere convinto di agire nel proprio interesse e nell' interesse della causa che sostiene. George Tenet, l' attuale capo della Cia, a un certo punto si è lasciato scappare una frase bellissima. Ha detto, a proposito dell' Il settembre: «Questa operazione doveva essere nella mente al massimo di tre persone». Ha ragione. Chi era al corrente dell' Il settembre dovevano essere 3 o 4 individui e dubito che Osama Bin Laden fosse tra questi. Dubito sulla base di fatti concreti. Il presidente del Pakistan Musharraf, che è stato uno degli organizzatori dei taleban, e che ha trattato fino al 10 settembre con Al Qaeda e con Osama Bin Laden, e quindi sa un sacco di cose, i primi giorni di agosto del 2002 ha dichiarato: «Non credo che Osama Bin Laden abbia fatto da solo tutta questa operazione. Non si organizza una cosa così complicata da una grotta afghana». E poi aggiunge la cosa più importante di tutte, che è un ,segnale mafioso rivolto a qualcuno che deve ascoltare: «Chi ha realizzato l' Il settembre doveva conoscere alla perfezione i sistemi di difesa degli Usa». Chi conosce perfettamente i sistemi di difesa americani sta in America e non è neanche musulmano, è con tutta probabilità cristiano, bianco e parla un perfetto inglese. Ecco un'altra dichiarazione illuminante, sempre di G. Tenet, durante una conferenza stampa: «In realtà noi avremmo dovuto bombardare molte capitali occidentali e molte banche ma, voi capite, non lo potevamo fare!». Si è scoperto che, prima dell' Il settembre, in numerose borse del mondo, in particolare allo stock exchange di Chicago, sono, state condotte operazioni al ribasso, acquisti massicci di azioni in prevista caduta delle compagnie aeree, United Airlines, American Airlines, della Morgan Stanley Dean Witter & Co, la maggior banca di investimento che aveva 22 piani nel Wtc, della Axa Rèinsurance che aveva il 25% della United Airlines e così via. Valutazioni diverse (fonte Cbs) dicono che le speculazioni sono state da un minimo di 100 milioni di dollari, cioè 2.000 miliardi di vecchie lire, a 14-15 miliardi di dollari. Chi sapeva, dal 6 al l0 di settembre, quello che stava per accadere? Domanda inquietante. Ma la notizia più divertente è quella che è uscita recentemente su Internet e che nessun giornale ha pubblicato in Italia e nemmeno in Occidente: una delle banche che hanno fatto speculazioni sulla United Airlines, a cui apparteneva il primo dei due aerei che ha colpito le Twin Towers, si chiama Bankers Trust AB Brown, dal 1999 di proprietà della Deutsche Bank, con sede a New York. Il vicepresidente della Bankers Trust AB Brown fino al 1998 era il sig. Crongard detto "Buzzy" come soprannome. Questo signore è l'attuale vice direttore della Cia, nominato in quell' incarico nell' aprile 2001. Fino a 2 anni prima era vice presidente della banca e non è pensabile che nello spazio di due anni lui si sia dimenticato di tutti i suoi amici. Naturalmente non è una prova, ma è un dettaglio molto inquietante.

È altrettanto inquietante che il giorno 9 settembre 2001 il presidente George Bush avesse sul suo tavolo un ordine di attacco contro l'Afghanistan preparato dalla Cia e pronto per essere eseguito. Come mai non lo ha firmato il 9 settembre? E lo stesso giorno 9 settembre è stato assassinato, nella valle del Panshir, Ahmad Shah Massud il principale oppositore al regime talebano. Chi l'ha assassinato? Mi trovavo in zona e sono andato, insieme a Gino Strada che è amico dei tagichi, a parlare con loro. Ci hanno detto che erano certi che a uccidere Massud erano sta i servizi segreti pakistani. Quali rapporti ci sono tra tutti questi eventi? Se ne ricava l'impressione che tra il 9 l ' 11 settembre ci sia stata una corsa contro il tempo, i cui i giocatori sapevano perfettamente le mosse che l' altro stava per intraprendere e che il 9 settembre Bush non abbia firmato niente perché si aspettava qualche avvenimento da poter utilizzare per dire:” siamo stati colpiti, attacchiamo l'Afghanistan”. Probabilmente, l'unica ipotesi che si può fare al riguardo è che l'establishment si aspettasse qualcosa di più modesto di quello che è accaduto.

Ma ci sono altri indizi. Un ispettore della Cia, attua mente carcerato in Canada, comunicò alla Cia che nel corso del 2001 ci sarebbe stato un attentato contro le Twin Towers con l'uso di aerei suicidi. Questo ex agente rivelato (la notizia è stata pubblicata) che in un suo viaggio a Mosca nell'anno 2000 ebbe informazioni precise sul fatto che era in preparazione una serie di attentatati che qualcuno avrebbe detto, dall'interno della Cia: questa serie di attentati noi dobbiamo lasciarne fare u solo, il primo, e fermare tutti gli altri». Questo signor attualmente sotto processo in Canada e non si sa cm finirà il suo processo. lo non so nemmeno come fin lui. Se fossi al posto suo non berrei caffé e starei attento a chi gli prepara il pranzo.

Fin d'ora si può dire con assoluta sicurezza che la visione che ci è stata fornita è falsa. Qualche tempo fa sono messo alla ricerca dei materiali relativi al terzo aereo dell' 11 settembre e ho cominciato a esaminarli. Sono andato a vedere le fotografie del terzo aereo che è precipitato, si fa per dire, sul Pentagono e posso affermare con assoluta certezza che sul Pentagono non è caduto nessun aereo.

Un Boeing 737 di quelle dimensioni è alto come un palazzo di 2 piani. Il Pentagono nell'unico punto dove è stato colpito, all'altezza del primo piano, presenta sulla fotografia un enorme buco rotondo, e già questo è inspiegabile perché un aereo che cade non fa un buco rotondo su una parete laterale. Neanche volendo un aereo così grande riesce a colpire tanto in basso, perché si dovrebbe ipotizzare che è arrivato a volo radente, sfiorando il terreno. Guardando la fotografia, invece, si vede il prato tutto verde e pulito, senza neanche un rottame. Altra considerazione: questo aereo ha una apertura alare di circa 40 metri .. L'apertura dello squarcio nella parete esterna dell' edificio è non più larga di 25 metri , le ali non ci stanno. Questo aereo deve aver colpito di punta perché si vede che l'esplosione è stata perpendicolare, ma ci si chiede dove siano andate a finire le ali e i motori. Il capo dei pompieri non ha saputo rispondere alla domanda: dove sono i motori, perché non ci sono motori né carburante? Quindi siamo di fronte alla palese invenzione di un episodio. E poi c'è tutto l'elenco delle stranezze degli aerei che si levano in volo dagli aeroporti sbagliati, dei caccia che sembrano girare su se stessi perché non si capisce come mai rimasero lontani dal teatro operativo. Chi è andato a verificare le scatole nere di questi aerei? Sembra che caccia velocissimi che possono viaggiare a 1200 km orari abbiano viaggiato a 200 miglia orarie in stato di stand by. Queste versioni fanno acqua da tutte le parti.

Il Pentagono quella mattina dell' 11 settembre è stato attaccato da un commando che ha sparato uno o più missili a terra. Oppure si è trattato di un missile sparato per colpire l'aereo e che ha mancato il bersaglio. Tutto il mondo conosce la versione dei due aerei che si sono schiantati contro le torri, del terzo aereo che è finito sul Pentagono, del quarto aereo che è stato abbattuto, non si sa dove, nel Minnesota. Se ci hanno potuto raccontare una bugia così terrificante, perché un terzo aereo è caduto da qualche parte, ma certamente non dove ci è stato detto, tutte le altre versioni devono essere sottoposte a un accurato check di verifica. Ma questo, per quanto terribile, è soltanto un dettaglio che indica quali domande si aprano appena si esamina tale scenario.

La globalizzazione americana

Io sono convinto che la globalizzazione americana è stata ed è un fenomeno reale molto. grave. In questi 20 anni abbiamo vissuto dentro il modello culturale, ideologico, politico, morale, istituzionale rappresentato dagli Usa, propagandato e sistematicamente introdotto, al punto che persino le sinistre europee hanno finito per accettarlo, copiandolo sotto ogni profilo. Il modello americano è diventato tendenzialmente il modello del mondo. Su questa base gli Usa sono diventati gradualmente il paese guida e hanno ottenuto due grandi risultati. Il primo è che noi abbiamo pagato la potenza militare degli Usa perché essi ci hanno protetto dalla grande minaccia dell'Urss, l'unico modello alternativo di organizzazione economico-sociale che si è presentato nella storia del mondo dall'inizio del capitalismo. In questo contesto era comprensibile, logico che l'intero Occidente pagasse gli Usa per essere difeso. Fino al 1989/90. Poi quel nemico è crollato e gli Stati Uniti hanno proposto il loro modello, considerato da tutti il più efficiente, il più dinamico, anzi l'unico modello possibile: there is no alternative - non c'è alternativa. Ci viene detto, e in Italia è stato ripetuto più volte, che non c'è alternativa: la globalizzazione è un fatto naturale, è una legge di natura, perfino Fidel Castro l'ha sostenuto e in qualche misura è vero. Solo che gli Usa ne hanno proposto una loro interpretazione, portata avanti abilmente dal Presidente Clinton. Un fatto oggettivo è stato trasformato in un' operazione politico-mediatica. È stato elaborato un modello in cui il popolo americano ha cominciato a consumare in modo sempre più spasmotico. Non voglio dare giudizi, mi limito semplicemente a constatare, che gli Stati Uniti sono diventati l'unico paese in cui il risparmio ha preso il segno meno. Risparmio ,negativo. Non ci sono altri paesi al mondo in cui si consumi più di quello che si produca, salvo gli Usa. L'indebitamento degli Stati Uniti nel corso degli ultimi 15 anni ha raggiunto la cifra di 20 mila miliardi di dollari, un debito che non potrà mai più essere pagato. Poi c'è l'indebitamento delle imprese, tra 7 mila e l0 mila miliardi di dollari. È un fatto abnorme che una popolazione di 250 milioni di persone consumi da sola il 40% dell' energia elettrica prodotta in tutto il mondo, inquini da sola per il 34% l'atmosfera del pianeta, contribuisca da sola a produrre più di un terzo dell' effetto serra, e così via. 113% della popolazione mondiale detiene possibilità di consumo sterminate, non solo, ma consuma a credito nei confronti del resto del mondo. Un intero comparto dell' economia mondiale, il cosiddetto Pacific Rim, che va dal Giappone fino alla Malaysia, lavora essenzialmente per il consumo americano. Se il consumatore americano avesse mostrato la minima propensione a diminuire i suoi livelli di consumo, l'economia mondiale sarebbe già crollata. Sta accadendo ora.

La fine del modello americano

Questo modello è finito. Negli ultimi due anni noi abbiamo assistito al disperato tentativo di rimetterlo in movimento, ma ci si è accorti che non funziona più. Nel 2001 Alan Greenspan per la prima volta nella storia degli Usa (non era stato fatto nemmeno nella crisi del '29) ha abbassato il tasso di sconto, cioè il costo del denaro, 11 volte in un anno, nel disperato tentativo di rimettere in moto il meccanismo, senza riuscirci. L'America è entrata in recessione nell'aprile del 2001, ma ce l'hanno comunicato ufficialmente solo a novembre. Viviamo nella società tecnologica più avanzata e ci sono voluti 8 mesi per fornire al mondo la notizia più importante degli ultimi vent' anni. Ci è stata comunicata dopo 1'11 settembre, quando in cabina di regia lo sapevano già da aprile e, io aggiungo, fin dal 1999, che le cose non stavano andando per niente bene. Alan Greenspan aveva ripetutamente avvertito che il mondo economico stava navigando su una bolla d'aria che avrebbe potuto scoppiare, per mettere in guardia la borsa di Wall Street. Ma il contesto non permetteva di recepire simili moniti. Si era creata una situazione in cui in America il ceto medio pensava (e in effetti era così) che ci si arricchisse dormendo. Bastava comprare un po' di stock options e si diventava ricchi. Tutto cresceva perché - ecco il secondo risultato - l'America consumava, si sviluppava, imponeva i suoi criteri al resto del mondo e decideva da sola il valore del dollaro. Questo faceva sì che tutto il mondo portasse denaro in America. Più o meno, 800 miliardi di dollari l'anno, 8.000 miliardi in dieci anni.

Noi abbiamo pagato due volte questa crescita. Ci proponevano gli Usa come il modello più efficiente, ma nessun paese può reggere in queste condizioni, se non ha il più potente esercito del mondo. E noi non ce l'abbiamo. Questa non era affatto efficienza, era il risultato di una terrificante disparità di forza e di organizzazione, inclusa quella militare. Questo modello è finito, perché quelli che stanno sul ponte di comando avevano escogitato un'idea, alla quale avevano perfino creduto, ma che si è rivelata fallace. Pensavano che questo tipo di sviluppo, per quanto enormemente diseguale - in questi ultimi 10 anni il Pil dei paesi sviluppati è cresciuto di 7.000 miliardi di dollari, mentre 80 paesi del mondo, pari a 2 miliardi e mezzo di popolazione, hanno visto decrescere il loro tenore di vita - avrebbe creato in tutto il terzo mondo un ceto medio, dotato di capacità d'acquisto, che avrebbe allargato il mercato. Avevano in mente l'esempio della Russia. Dopo il crollo del comunismo, il paese è stato colonizza te con l'obiettivo di creare un ceto medio che diventasse acquirente di beni di consumo, come nelle nostre società. Sfortunatamente questo ceto medio non si è creato, né in Russia né in Indonesia, né in nessun altro paese. Non parliamo dell' Africa che è sprofondata all' 1 % del Pil mondiale e quindi praticamente non conta più niente: quasi un miliardo di persone. La Fiat, nel corso del decennio passato, aveva pensato di costruire in Russia una serie di stabilimenti per produrre automobili, aveva stanziato quasi 80 milioni di dollari, un enorme investimento, non è successo niente. Non sono nati i ceti medi, perché questo tipo di sviluppo talmente diseguale ha prodotto masse di Poveri e frange di ricchissimi, e in mezzo ha fatto terra bruciata. Tutto il disegno di questa globalizzazione, che avrebbe certamente dovuto arricchire i capi delle imprese oltre misura, ma in qualche modo distribuire, creare consenso, come era accaduto nelle società occidentali, non ha funzionato. La globalizzazione si è fermata perché il disegno era sbagliato.

La forza al posto dell'egemonia culturale

A questo punto l'élite ristrettissima che guida la politica americana si è resa conto che l'egemonia culturale, politica, istituzionale degli Usa stava venendo meno e che avrebbero dovuto fronteggiare un' altra fase in cui l'egèmonia non ci sarebbe stata più. In questo momento in cui il modello americano si è bloccato e vive la più grave crisi della sua storia, non rimane altra soluzione che sostituire l'egemonia con la potenza militare. La frase che illustra questo principio e che andrebbe scritta su ogni palazzo di governo europeo, l'ha pronunciata Ronald Reagan, l'ha ripetuta recentemente Dick Cheney e la utilizza anche l'imperatore facente funzione George W. Bush: «il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile». Allora diventa chiaro perché a Johannesburg non si trova nessun accordo; semplicemente perché gli Usa non negozieranno. Se hai una forte egemonia puoi ancora dire: «guardate che io sono il migliore, io funziono, cresco e se volete crescere dovete fare come me». Ma questo gli Stati Uniti non lo possono più dire, perché non stanno più crescendo e non hanno neanche la prospettiva, di poter crescere nell'immediato futuro. Allora c'è la soluzione del "bastone globale": «non cresco ma sono abbastanza forte per controllare l'economia mondiale».

li controllo del petrolio è un corollario di questo progetto generale. La guerra afghana ha consentito agli Usa di occupare l'Asia centrale. Fino al l0 settembre non avevano un solo uomo armato in tutta l'Asia centrale, adesso hanno 5000 uomini e stanno costruendo 4 basi militari. Non è possibile che tutto ciò sia stato ideato dopo 1'1l settembre. La storia afghana degli ultimi anni è legata ai progetti petroliferi degli Stati Uniti. I primi tentativi di trovare una soluzione afghana attraverso un oleodotto che passasse dal Turkmenistan e andasse. direttamente nel Golfo Persico passando attraverso l'Afghanistan vengono intrapresi da 2 compagnie petrolifere, la Uno Cal texana e la Delta Oil di proprietà della famiglia saudita, che hanno finanziato il movimento dei taleban. Ora gli americani stanno costruendo una base in Kirghisia, che serve a controllare soprattutto le comunicazioni elettroniche della Cina, e una seconda grossa base in U zbekistan, che insieme alla Kirghisia è diventata una colonia degli Usa. La terza e la quarta, sulle quali non si sa niente, in Turkmenistan. Infine gli americani, che già controllano totalmente 1'Azerbaigian, sono entrati in Georgia e hanno adesso 200 uomini che stanno istruendo l'esercito georgiano. Praticamente gli Usa si sono impadroniti di tutta un'area che consente di tenere sotto controllo il petrolio del Caspio. Siccome lì si parla di riserve da 200 e 300 miliardi di barili di petrolio, di fatto gli americani si stanno preparando a gestire direttamente e integralmente tutte le risorse petrolifere del pianeta. La guerra contro l'Iraq servirà a chiudere il ciclo; la distruzione di Saddam Hussein gli permetterà di realizzare una strategia imperiale: mettere le mani sull'intero sistema di approvvigionamento energetico petrolifero del pianeta. Solo una grande ingenuità può far pensare che un disegno del genere sia stato improvvisato dopo l' 11 settembre.

In questi ultimi 15 anni io vedo due terribili elastici che sono tesi oltre ogni misura: uno è quello dei ricchi e dei poveri, che è arrivato a un punto di tensione insopportabile, anzi ho 1'impressione che dopo l' 11 settembre si sia già rotto; il secondo elastico, a cui siamo poco abituati a pensare e che non è meno grave del primo, è ,quello del rapporto uomo-natura. Ritengo che proprio quest' ultimo caratterizzi il cambio d'epoca. Infatti la differenza tra ricchi e poveri è ancora sopportabile, anche se talvolta può diventare così spasmodica da rendere impossibile ogni forma di controllo. Il secondo scontro invece non è mai esistito e non è sostenibile. Siamo arrivati alla fine del secolo e ci si presenta davanti agli occhi il quadro della non sostenibilità dell' attuale sviluppo. Quando tutti i giornali preannunciano che tra un po' ci sarà la ripresa, mi sento venire i brividi perché, se fosse vero, vorrebbe dire che questa locomotiva, che stava marciando a tutta velocità contro un muro, si sta rimettendo in movimento. Le previsioni ormai non sono più opinabili. La comunità scientifica non ha più dubbi sul fatto che, con questi livelli di consumo, con questa frenesia a consumare cose che non servono, stiamo compromettendo irrimediabilmente le condizioni di vita sul pianeta. Quando dico "noi" intendo meno di 1 miliardo della popolazione mondiale, perché gli altri 5 miliardi non hanno ancora cominciato a crescere e non sembra possano farlo. Non possiamo pensare che ci sia spazio solo per noi su questo pianeta che abbiamo già compromesso. Non possiamo andare avanti così, perché questo significa, per 4 miliardi di uomini, la morte per fame, l'assenza di acqua, l'impossibilità di crescita e di istruzione. Non è una minaccia che si riferisce a un futuro indeterminato, è qualcosa con cui dovrà fare i conti la generazione dei nostri figli, non quella dei nostri nipoti. Perché fra dieci anni, quando mio figlio ne avrà 16, non ci sarà acqua da bere per 2 miliardi di persone, e lo sappiamo già adesso. Non ci sono tecnologie che possano risolvere questo problema. Una bottiglia di acqua minerale fra dieci anni costerà 50 mila euro, se continua questo trend.

La svolta dell'undici settembre

Ed ecco l' Il settembre, improvvisamente, la tragedia, la svolta, il cambio. Che cosa sta succedendo? Chi ha parlato di uno scontro di civiltà con Osama Bin Laden e gli islamici ci ha spinto a inseguire una chimera che ci è stata messa astutamente davanti agli occhi. Nel 2000 il Pentagono, a firma dell' attuale ministro della difesa Donald Rumsfeld, emise un documento, leggibile anche su Internet, dove è scritto che il nemico principale degli Usa nell'anno 2017 sarà la Cina. Questa data non è casuale, ma nasce dall'elaborazione computerizzata dei dati, sullo sviluppo demografico, militare, scientifico e tecnologico del grande paese asiatico, l'unico che può prendere decisioni senza chiedere il permesso agli Usa. La Cina lo può fare perché lo yen non è convertibile, perché ha un mercato di 1 miliardo e 250 milioni di uomini e cresce da dieci anni a tassi medi annui dell'8%. L'Occidente invece, Europa, America, Giappone, sta crescendo a stento dell' 1 %.

Questo significa che quando 1 miliardo e 250 milioni di cinesi cominceranno a mangiare tanto pane quanto ne mangiamo noi, a bere tanta acqua quanta noi ne beviamo, a produrre tante automobili quante noi ne costruiamo, a volere tanta benzina, a fare tanto turismo, a costruirsi appartamenti non di 50 mq per famiglia ma di 80-100 mq per famiglia ci troveremo di fronte a un problema enorme lo sono stato l'anno scorso a Shanghai e ho visto che stanno crescendo per il ceto medio cinese intere città di 10-12 milioni di abitanti. È un fatto impressionante. Se noi da soli abbiamo già guastato il pianeta, come possiamo aspettare che arrivino altri 1250 milioni di persone a fare altrettanto, dato che il loro modello di sviluppo è uguale al nostro? Che ne sarà della temperatura del pianeta, dei prezzi delle materie prime, dei generi alimentari in queste condizioni? Semplicemente non è pensabile. Quelli che stanno sul ponte di comando l'hanno capito già dal 1998, non da ora. Tutto quello che è accaduto dopo tale data indica che questi signori si stanno muovendo consapevolmente per un appuntamento che non è con Osama Bin Laden o gli islamici, ma per il momento in cui bisognerà dire a 1250 milioni di cinesi, tanto per cominciare: «per voi questo sviluppo non sarà possibile. Non ve lo permetteremo, perché il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile». Quindi si va a Kyoto (come si può constatare gli atti concreti corrispondono) e si dice: «noi non firmiamo, arrangiatevi». Poi si va a Johannesburg e si dice: «noi non ci stiamo». Così i padroni del vapore non hanno alcun motivo né alcun interesse di aiutare il terzo mondo; infatti solo lo O, Il % del Pil viene destinato agli aiuti. L'Occidente nel suo complesso ha aiutato meno in questi ultimi l0 anni che in quelli precedenti. Ci stiamo preparando allo scontro con il resto del mondo.

La guerra infinita

Ecco perché le due guerre alle quali abbiamo assistito e la terza in dirittura d'arrivo sono guerre dei potenti contro i più deboli del mondo. Ha ragione Francis Fukujama: la guerra contro i poveri è già finita: con la loro sconfitta. Li massacreremo. Oppure faremo ricorso alle grandi armi. Non per niente questa amministrazione americana ha elaborato una nuova dottrina militare, che prevede l'uso delle armi nucleari anche nei confronti di coloro che non le possiedono. È un cambiamento radicale. Gli Stati Uniti hanno denunciato il trattato Abm del 1972, rompendo tutti i patti di disarmo, perché stanno militarizzando il cosmo, mettendo in orbita le armi atomiche, armi geo-stazionarie che quando arriverà il momento serviranno per dire ai cinesi: «guardate che sulla vostra testa c'è un'arma puntata da cui non potete difendervi». Questo è ciò che sta accadendo e questo sarà lo scenario del futuro al quale il gruppo di uomini che dirige la politica americana sta pensando. lo non sono né un predicatore né un profeta: le cose che ho esposto le ho lette sulla stampa americana, le ho messe insieme, le ho cucite, ma non ho inventato niente. Il mio libro La guerra infinita è una citazione di notizie già pubblicate: le ho semplicemente messe insieme, assemblate, per proporle al pubblico, perché il sistema mediatico non lo fa, e allora è necessario un certo lavoro per presentarle.

Per arrivare al grande scontro con la Cina e poi con il resto del mondo bisogna militarizzare l'intero pianeta, occorre terrorizzare tutto il mondo. È un' operazione che richiede tempo.

Vorrei aggiungere che la prossima guerra contro l'Iraq, così come quelle contro la Jugoslavia e l'Afghanistan, sono guerre contro gli alleati europei che appaiono recalcitranti e ostili e che intuiscono come una strada simile non è percorribile, perché porterebbe a uno scontro davvero terrificante. Siamo noi quelli che reagiscono, si difendono e dunque devono essere. costretti. Il resto del mondo non ha potere, non può difendersi. Queste guerre sono fatte per trascinarci dentro per i capelli, per costringerci a prendere parte, per renderci corresponsabili, per farci correre gli stessi pericoli. Poi non importa se parteciperemo davvero. In Afghanistan gli europei sono stati trascinati dentro e poi lasciati ai margini. La nostra forza militare non conta niente. Gli americani si stanno preparando da dieci anni a condurre da soli le guerre, e le condurranno da soli. Hanno bisogno degli inglesi e ora anche di Berlusconi soltanto per spaccare l'Europa. Stanno utilizzando l'asse Londra-Roma per indebolire l'Europa. La Russia è entrata nell' orbita degli Usa anche se recalcitra. L'altro paese che può dire di no è la Cina, la quale capisce molto meglio di noi europei quello che sta accadendo. Il loro silenzio non è acquiescenza, ma l'atteggiamento di chi, come ha detto Jiang Zemin, pensa sull' ordine dei venti anni. Anche se non lo dicono, perché è un paese ancora dove non si fanno le analisi in pubblico, .i cinesi si stanno preparando alla grande resa dei conti nella quale saranno coinvolti e cercano di arrivarci più forti possibile. E quando qualcuno dirà loro: «per voi no», potranno rispondere: «e perché per noi no?». Allora tutto diventerà molto difficile.

Ma al di là della guerra, io ritengo che il tipo di sviluppo che abbiamo adottato ci prepari una tragedia, perché distrugge l'ambiente naturale. Forse sul ponte di comando s'illudono che in futuro, laggiù, si possano costruire città con cupole di aria artificiale dove vivere coi propri figli é i figli dei propri figli. Una cosa comunque è chiara: non ci sarà spazio per tutti con questo modello di sviluppo. Questa è la vera novità. In questo nuovo secolo siamo entrati in una crisi come mai l'umanità aveva vissuto, perché mai era arrivata al punto di modificare le condizioni dell' ambiente in cui vive. Si tratta di una novità assoluta non contemplata in nessuna teoria precedente che rende urgente ricostituire un pensiero trasformatore.

Abbiamo bisogno di una grande riforma intellettuale e morale del nostro paese e dell'Occidente nel suo complesso, perché è tutta la nostra vita che viene messa in discussione. Non siamo minacciati solo dalla malvagità @.dalla stupidità di un ristretto gruppo dirigente; il fatto è che tutti siamo all'interno di un meccanismo di cui facciamo parte, e affrontare il problema di una trasformazione dei valori è un compito di lungo periodo per il quale non ci sono slogan, formule, e neanche rivoluzioni. Si tratta piuttosto di dissodare un campo, di cominciare a seminare per preparare una grande nuova visione del mondo, in cui le risorse devono essere gestite in un altro J1lodo, in cui le forme istituzionali del rapporto tra i popoli devono essere cambiate, in cui, come dicono Gino Strada o padre Alex, bisogna mettere le pistole per terra, sedersi intorno a un tavolo, cominciare a discutere, da pari a pari e stabilire i criteri. È un compito così grande che non è risolvibile con la semplice politica.

Democratizzare l'informazione

Come possiamo difenderci se miliardi di persone. non sanno nulla di tutto questo? L' 11 settembre è un emblema terribile, drammatico, sanguinante, perché per la prima volta nella storia dell' umanità miliardi di uomini hanno visto 'live', come dice la Cnn, il più grande spettacolo del mondo. Non era mai accaduto di veder morire 3.000 persone in un colpo solo. Questo meraviglioso, straordinario, mostruoso spettacolo in un colpo solo ha modificato la percezione del mondo di miliardi di uomini, in tempo reale, molto più della propaganda, perché il sistema mediatico ormai fa parte integrante del potere. Questo vale anche per la stampa che fa opposizione o finge di fare opposizione. Per rendersi conto di quanto i media siano infeudati nel potere basta vedere come hanno presentato la guerra in Afghanistan. Per settimane e settimane dopo l'arrivo dei mujhajddin tagliagole a Kabul, cioè dopo l'arrivo della libertà, tutti i giornali e le televisioni, senza eccezione alcuna, ci hanno raccontato due bugie: che le donne si erano tolte il burka e gli uomini si erano tagliati la barba. In realtà le donne afghane indossano ancora il burka e soprattutto gli uomini afghani hanno tutti la barba come prima, perché sfuggiva a questi signori, incolti oltre che mentitori, che in Afghanistan la barba è un elemento distintivo, fondamentale. Non ci si può tagliare la barba altrimenti si rischia la vita. Se non sai individuare la barba di uno che incontri su un sentiero di montagna, potresti finire ammazzato. Adesso se la fanno crescere anche gli americani perché si vogliono mimetizzare. Naturalmente gli afghani hanno capito benissimo chi sono gli americani e sanno fare la differenza, perché sanno distinguere le barbe. Un hazara non ha la stessa barba di un pashtun e un pashtun non ha la stessa barba di una tagiko. Non solo: un ricco ha una barba diversa da un povero, un giovane da un anziano e così via. In Afghanistan la barba è come la carta d'identità. Dire che si sono tagliati la barba perché sono arrivati i liberatori è una pura sciocchezza, oltre che un atto di violenza nei loro confronti. Come se ci aspettassimo che diventino come noi, perché da noi la maggior parte degli uomini non ha la barba. Oppure che le donne si debbano togliere il burka, non tanto perché viola la loro libertà, ma perché debbono essere come le nostre. Non abbiamo il diritto di presentare un modello di donna valido per le donne afghane proprio noi, che vediamo sfilare miss Italia in televisione e coltiviamo la frivolezza. Poi veniamo a scoprire che secondo le ultime indagini, 1'80% delle ragazze tra i 15 e i 18 anni sogna di diventare una velina di Striscia la notizia.

Ho citato solo questi due piccoli esempi banali per sostenere che abbiamo il compito di organizzare una difesa, e dobbiamo pensare a come farlo perché questo è inedito. Non possiamo accettare che il sig. Bruno Vespa abbia cinque sere ogni settimana per dire quello che- ritiene opportuno alla faccia nostra, in tutti i modi possibili, violando tutte le regole della deontologia. Non possiamo accettare, a meno di essere privati della nostra libertà e della nostra democrazia, che per un mese intero tutti i sistemi di informazione italiani abbiano parlato di Cogne mentre infuriava la guerra afghana. Credo che il grande compito dell' opinione pubblica italiana sia quello di cominciare ad affrontare il tema della comunicazione come un problema politico, non come un problema culturale. È urgente modificare questo sistema della comunicazione e insisto sul termine comunicazione non informazione perché i valori passano meglio attraverso 1'evasione, l'intrattenimento, il Grande fratello, Mara Venier e Domenica In o Costanzo e Buona Domenica, la pubblicità e le tre ore che i nostri figli passano davanti alla televisione, piuttosto che attraverso telegiornali, che non contano niente o contano pochissimo. L'intrattenimento-comunicazione è ideologia pura. Dobbiamo cominciare a difendere i nostri figli da tutto questo. Nessuno lascerebbe il proprio figlio, per due o tre ore, in mano a persone di cui non sa nulla, anzi di cui non ci si può fidare sotto il profilo intellettuale e morale; eppure normalmente tutti i giorni li lasciamo da soli davanti alla televisione, che è la cosa peggiore che possa loro accadere.

Questo è un compito politico e io lo propongo, perché sono convinto che le forme e i modi con cui ci si potrà difendere diventeranno molto importanti con il passare del tempo. Anche la lotta per impedire la guerra, diventerà innanzi tutto una lotta per il controllo dei sistemi di comunicazione. Con i nostri volantini o le nostre chiacchierate con gli amici, non potremo impedire questa guerra, quando in un colpo solo Bruno Vespa parlerà a milioni di persone e dirà che è giusta, come già sta facendo. Dobbiamo renderei conto che la prima indispensabile condizione per non essere sconfitti e per non essere trascinati in guerra per i capelli sarà costringere coloro che fanno comunicazione a fame un'altra. Per questo bisogna organizzarsi, tutti insieme.

Io ci sto provando. Il 25 aprile 2002, insieme a un gruppo di amici, abbiamo lanciato su Internet un manifesto, appello che abbiamo chiamato "democrazia nella comunicazione". Insisto sul termine comunicazione perché l'informazione ne costituisce un sottoinsieme. Ormai i direttori dei giornali che abbiamo in Italia, pubblici e privati teorizzano il cosiddetto info entertainment, che vuol dire informazione più intrattenimento/evasione e lo inseriscono dentro i telegiornali. Si può constatare ogni sera che, tutti e 7 i telegiornali hanno più della metà del loro tempo dedicato alle non-notizie: pubblicità nascoste, presentazione di dischi, di film, sport, sfilate di moda. L'elenco sterminato. Queste bellissime e deliziose annunciatrici che dopo averci raccontato le cose più incredibili invereconde messe insieme alle sfilate di moda, dicono «arrivederci a domani», hanno perfettamente ragione. No è successo niente, domani si ricomincia daccapo. Questa non è informazione, è diventata una burla, tutti i palinsesti sono diventati una specie di indottrinamento al divertimento. Postman sostiene che il modello attuale non è quello orwelliano della censura, ma quello del mondo di Aldous Huxley; ci insegnano ad amare il mondo che stanno preparando: una grande fabbrica dei sogni dove l'essenziale è trasformare tutto in merce e imparare a consumare cose che non servono. Anche le notizie sono merce. Quindi vanno bene le notizie che si vendono, vere false non importa. Se una notizia vera non si vende, vendi la cattiva. Come appare dalla pubblicità, stanno già preparando i nostri desideri del futuro.

Il progetto Megachip

Per resistere alla manipolazione, bisogna organizzare una strategia, che significa innanzitutto aumentare la conoscenza che il movimento democratico ha del sistema della comunicazione. L'abbiamo chiamato Megachip perché volevamo trovare un nome che si imprimesse nella testa: Mega perché il problema è enorme e Chip perché ormai tutto passa attraverso la tecnologia.

Abbiamo messo come sottotitolo: «che mille gocce diventino un fiume». Girando per l'Italia ho scoperto che in tutti i centri, piccoli grandi medi, c'è della gente che cerca di fare un po' di controinformazione ma ciascun gruppo è solo: un volantino, un giornale, una piccola radio. Non abbiamo nessuna forza di impatto sul grande pubblico perché non siamo uniti, bisogna unificare tutte queste forze.

Il nostro progetto contiene una critica molto forte del sistema della comunicazione attuale, ma soprattutto alcune Proposte organizzative. Sono convinto che un modo per invertire il trend che ho descritto è quello di riprendere in mano la questione dell' insegnamento e della scuola. Molti insegnanti di tutti i livelli, di tutti i gradi, sono persone oneste che però non sono state allenate a capire il meccanismo della comunicazione e quindi non possono fronteggiarlo. Dovremmo costruire dappertutto in Italia corsi di formazione, di alfabetizzazione dei messaggi televisivi, radiofonici, comunicativi che devono riguardare tutto il corpo insegnante e aprire su questo una discussione. Molta gente che non è. necessariamente di opinioni progressiste, trovandosi di fronte alla descrizione cruda di che cosa è questo sistema della comunicazione, ha come una rivelazione. I vescovi italiani dovrebbero capire che questo sistema di trasmissione colpisce tutti i valori cristiani, tutte le cose più profonde e più vere della nostra vita. Sono valori anticristiani che deformano la democrazia, la decenza degli uomini e delle donne e c]1e quindi vanno combattuti sul terreno etico. Per il momento abbiamo contatti quotidiani sulla rete con 250 mila persone e più di mille firmatari. lo conto di arrivare a 20 mila, 30 mila firmatari e di aprire così una vera e propria vertenza nei confronti dell' Authority delle telecomunicazioni. Noi vogliamo, per esempio, analizzare i telegiornali italiani, attraverso uno studio comparato, per dimostrare come ci sottraggono informazioni.

Abbiamo deciso anche di smantellare uno dei baluardi che tiene insieme questo sistema: l'Auditel. L'Auditel è una società privata, il '33% della Rai il 33% di Mediaset, il 33% dei pubblicitari, che ha costruito un campione d'rilevazione. Questo campione conta 5.074 famiglie, tutte segrete, che hanno in casa un meter, ossia una specie d telecomando, nel quale ciascun membro della famigli, ha il suo tasto. Quando ognuno si mette davanti alla tele. visione deve schiacciare il suo tasto; in questo modo i meter misurerebbe i livelli di ascolto. Noi abbiamo dimostrato in modo incontrovertibile che questo campione è totalmente falso, nel senso che non rappresenta la popolazione italiana e che funziona in modo truffaldino. I livelli di ascolto così misurati vengono equiparati a livelli di consenso. Evidentemente è tutta una truffa, ma serve a una finalità importantissima: attraverso il meccanismo di Auditel si distribuisce la torta pubblicitaria che equivale ogni anno a 15 mila miliardi di vecchie lire. Il 65/ 70% a Mediaset e il resto alla Rai. Noi andremo a cercare le 5.000 famiglie del campione Auditel, in tutta Italia e le inviteremo a rinunciare alla loro segretezza e a rendere pubblica la loro partecipazione. Questo significa distruggere il campione, naturalmente.

La lotta per la democrazia nella comunicazione non si fa però in rete, con la controinformazione. Bisogna uscire nelle strade, nelle città, nelle scuole, dove si ferma la gente. È lì che dobbiamo parlare con gli 8 milioni che vedono Castagna e Stranamore, con tutti coloro che questo problema non se lo sono posto mai perché certe cose non le hanno mai sapute, con i giovani che pensano che questa sia l'unica cosa che si può consumare, insomma con tutta la società civile italiana.

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