L'intero sistema mediatico ha ormai assorbito e metabolizzato la menzogna, al punto tale da conoscere a memoria, automaticamente, come riprodurla in tutte le sue molteplici forme. Perché la verità, molto spesso, è una. Ma le bugie sono infinite.
Si poteva evitare questa ignominia, figlia della televisione, bugiarda per antonomasia, bugiarda per costituzione, anche quando si fa ogni sforzo onesto per renderla un pò più sincera? Certo la si sarebbe potuta
"'almeno limitare se i giornalisti stessi non si fossero prestati ad aVallarla: per ignoranza, in molti casi, per ignominia, per servilismo a fini di carriera, per pigrizia, per paura di perdere posizioni, per conformismo, per disprezzo dei lettori e dei telespettatori.
C'è molto da fare, e da riflettere, di fronte a una tale, generalizzata rinuncia alla deontologia professionale, alla dignità personale. Il fatto è che siamo in guerra e, a quanto pare, ci resteremo - dice George Bush - "per un'intera generazione". E la gestione delle guerre, quella mediatica (che è sempre più essenziale alla loro realizzazione), è solo un sottoinsieme della mistificazione che il sistema mediatico sta producendo, infliggendo una ferita sul corpo vivo della realtà.
Una tale caricatura della verità e della realtà non sarebbe stata possibile se il sistema mediatico (la televisione in testa) non avesse già applicato e sperimentato da decenni una logica della comunicazione (non parlo qui solo dell'informazione) che rovescia tutti i valori informativi attraverso un sistema di nuove regole, certo molto complesso ma niente affatto spontaneo o casuale.
Il trucco è, in fondo, piuttosto semplice. Basta mettere al centro dell'attenzione le cose secondarie e relegare sullo sfondo quelle essenziali, eliminando, quando occorre, del tutto, quelle realmente importanti, cioè quelle che decidono degl'interessi collettivi, del futuro di tutti noi.
Basta deformare e storpiare le notizie, basta drogarle, stravolgendo ad esempio un dramma sociale in un dolore individuale, estrapolando un dettaglio inessenziale da un quadro complessivo, per impedire che sia visto il quadro. Basta disseminare le notizie vere in un mare di non notizie in modo da impedire al lettore-spettatore di cogliere ciò che conta e distinguerlo da ciò che non conta nulla. Basta trasformare notizie hard (spiacevoli) in notizie soft (piacevoli, o leggere). Basta collocare, tutti assieme, il vero, il semi-vero e il falso, dentro contenitori di evasione, insieme alla pubblicità (quint' essenza del falso) in modo che tutto venga shakerato come un cocktail, dal quale emerge sempre la stessa telenovela. Non so se coloro che fanno tutto questo si rendano pienamente conto del danno che producono, anche a se stessi e ai loro figli. Ma è certo che in questo modo si preparano, si costruiscono pubblici condizionabili a piacimento. So bene che molti pensano di non essere condizionabili e s'irritano quando si sentono dire queste cose. Peccato per loro, perché sono proprio loro i più condizionati e condizionabili.
Fuori da questa favola, volta a volta zuccherosa, insulsa, o terrificante (a seconda di quel che serve per vendere qualcosa) c'è il buco nero del mondo che non si conosce. Da quel buio vengono rumori strani, inspiegabili (e come può essere altrimenti, quando milioni, miliardi sono stati privati della luce della conoscenza? ), che fanno paura.
Da quel mondo scaturisce talvolta una violenza vera, distruttrice, feroce, che noi non sappiamo spiegare. E allora reagiamo come cani, abbaiando, ringhiando, mordendo alla cieca ("bisognava pure fare qualcosa!"). Così abbiamo fatto in Afghanistan, dopo 1'11 settembre, così ci apprestiamo a fare in Iraq. Ci trasformano in cani arrabbiati. E non c'è spazio per la democrazia in un canile.
Ecco perché fare il giornalista è diventato un mestiere a rischio e chi vi si accinge deve sapere in anticipo che dovrà mettere in campo tutte le sue energie morali.

























