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Martedì, 21 Settembre 2004 12:34

Genova, il posto sbagliato

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PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA

Genova, il posto sbagliato
di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004

Leggendo queste pagine, a poco più di due anni di distanza dagli eventi del luglio 2001, si affollano, anche per me, i ricordi. Non ci conoscevamo, allora, l'autrice, sua figlia ed io, ma è certo che abbiamo camminato insieme, forse a pochi metri di distanza, per ore. E, tra questi ricordi miei, ce n'è uno che, ripensandolo adesso, mi appare naturale. Ma che allora non lo era. E fu, al fondo, il motivo per cui, partito da Genova - io che non ero stato picchiato, arrestato: io che avevo assistito, professionalmente, come spettatore, cercando anzi di restare il più possibile distaccato e freddo per non privarmi della possibilità di capire - decisi di raccontare in un libro tutto quello che avevo visto e che mi pareva di avere capito.

È il ricordo di quei visi di gente comune, di gente normale, di gente che vive, e gioisce, e soffre, e lavora e ama come tutti noi, come quelli che incontri sull'autobus la mattina. Ma allora improvvisamente impauriti, tesi, disperati, increduli, angosciati e interrogativi. Erano venuti a Genova, come diceva la profetica e poetica canzone di Bruno Lauzi: gente «un po' casi», per manifestare contro un gruppo di potenti senza orizzonte e senza sentimenti. Erano venuti tranquilli del loro diritto, sicuri delle loro leggi,. Non perché conoscessero a menadito i loro diritti, ma perché avevano vissuto in democrazia, nello stato di diritto. Ci credevano, l'avevano intromettano, faceva parte dei loro cromosomi intellettuali. Erano venuti a decine di migliaia non perché sapessero tutto della globalizzazione, contro cui pure protestavano. Semplicemente si rendevano conto che non aveva funzionato e, non funzionando, si stava trasformando in una tragedia per milioni e miliardi.

E volevano dirlo. Erano, a loro modo, l'ululato della storia, quello che i veri leader sanno ascoltare. Ma non c'erano veri leader a Genova.

Erano venuti, mossi non soltanto dal proprio interesse personale. Al contrario: pensavano, tutti insieme, in grande. Ci provavano. Se penso che poco più d'un mese dopo la morte di Carlo Giuliani, a Genova, quattro aerei passeggeri si sarebbero schiantati contro le Twin Towers e sul Pentagono e chissà dove, mi è naturale pensare che quei duecentomila o trecentomila di Genova, quella «gente un po' così, avevano avuto, tutti insieme più intuizione di quanta non ne avessero quegli Otto che stavano rintanati dentro la Zona Rossa insieme ai loro sherpa, e consiglieri, e segretarie, e giornalisti. Avevano intuito che erano già in gioco le sorti del mondo. Erano altruisti e solidali, non avevano fatto calcoli. Erano un evento naturale, spontaneo.

Le opposizioni, imbalsamate e codarde, oltre che cieche, erano rimaste a casa, a fare i loro miseri conti. E, come l'avaro dei racconti per bambini, non erano state nemmeno capaci di capire quanto avrebbero potuto guadagnare mescolandosi a quell'evento naturale e grandioso, che si stava verificando senza di loro, contro di loro. E, d'un tratto, tutta quella umanità veniva, senza apparente ragione, sottoposta a un attacco illegale, immotivato, violento, selvaggio,

persecutorio, e infine - come accade in questi casi - anche assassino. È un miracolo, lo pensavo anche in quei minuti, che si sia contato un solo morto nelle strade di Genova. La furia aggressiva dei tutori dell'ordine, scagliati a produrre disordine, era tale che solo un accorto contatore celeste poté limitare il danno ad una sola vittima, a un solo simbolo di una piu vasta tragedia politica e umana.

Ecco, fu osservare lo stupore della gente picchiata, violata, che più vivida mente mi colpì. Erano increduli, sorpresi, prima ancora che feriti. Erano venuti, in molti, con i loro figli, spesso anche piccolissimi, con le carrozzelle, o tenuti in braccio, o accompagnati per mano. C'erano nonne e nonni, con loro. Ne vidi un gruppo, seduto sui marciapiedi di Albaro, dopo le cariche. C'erano donne anziane che piangevano, sconsolate, e c'erano ragazzine giovanissime in preda a attacchi isterici, reazioni alla paura dei caschi senza volto che erano appena passati colpendo chiunque incontrassero sul loro cammino.

Pensai che questa era, per molti, per la maggioranza, un'esperienza del tutto nuova: avevano incontrato lo Stato repressivo, la violenza di Stato, la violenza legale. Altre generazioni più anziane, tra cui la mia, conoscevano il fenomeno. Altre più recenti l'avevano visto, magari durante il '68, ma avevano fatto in tempo a dimenticarselo. Questa è nata nel benessere e nella pace sociale. Apparente, perché si accompagnava alle guerre lontane e ne era il rovescio della medaglia. Ma nelle nostre strade non c'era la guerra e nemmeno la guerriglia, non si uccideva, non si picchiava.

Ed ecco che duecentomila, trecento mila persone pacifiche, tra le quali c'era anche Sara, venivano private, d'un tratto, delle loro poche certezze, proprio mentre esprimevano la loro volontà di inverarle, di partecipare al processo democratico. Capii che si stava operando uno squarcio nella tela sociale, che sarebbe occorso molto tempo per riparare. Mi resi conto che, per molti di loro, sarebbe stato un trauma non più riparabile, una svolta definitiva.

In molti occhi vidi la paura, cruda e senza aggettivi, e pensai che, per quelli che la provavano per la prima volta, sarebbe stata una lezione anch'essa senza redenzione. Mi chiesi se, alla fine avrebbe prevalso la paura; se, tornati alle loro case, acciaccati pi71 nel morale che nei corpi, molti avrebbero rinunciato e si sarebbero arresi. Oppure se, al contrario, la rabbia e l'orgoglio, quelli veri, non quelli biascicati stancamente da ricchi annoiati nelle loro torri d'avorio, avrebbero avuto il sopravvento.

Mi chiesi se quell'esperienza avrebbe indotto molti a ricercarsi, sui treni del ritorno, negli autobus che s'infilavano lungo le autostrade, per riprendere le fila di un discorso di festa, di gioia e di lotta che era stato interrotto da quel colpo di pistola in Piazza Alimonda.

Questo libro non è una prova statistica e non fornisce una risposta, da solo, a quella domanda. Ma è la testimonianza vivissima del tremendo fallimento di coloro che vollero la mattanza di Genova. Enrica Bartesaghi sarebbe probabilmente rimasta quella persona viva e sensibile, acuta e intelligente che queste pagine dimostrano. Ma non sarebbe mai diventata, probabilmente, una militante. Non avrebbe scritto questo libro senza l'esperienza di Sara.

Coloro che colpirono, complottarono, credettero di vendicarsi alla Diaz e a Bolzaneto sono nani morali che credono sia possibile domare gli altri con la violenza e la paura. E , poiché sono intimamente vili, pensano che la loro viltà sia la legge generale. È questo che li rende strategicamente deboli. Credono di vincere e invece moltiplicano i loro nemici. S'illudono di fiaccare il morale della gente mentre moltiplicano lo sdegno e l'impegno.

Questo libro e quello che è venuto dopo quel G8, in questo paese, e nel mondo intero, dimostrano che Genova 2001 è stata non solo la loro vergogna ma anche la loro sconfitta.

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