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Giovedì, 23 Ottobre 2003 12:33

Dal crollo dell'Unione Sovietica alla nuova Russia

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di Giulietto Chiesa

in ATTI DEL CONVEGNO "VATICANO E UNIONE SOVIETICA, L'AZIONE E IL RUOLO DEL CARDINAL SILVI"
De Ferrari & Devega, 2003

Chi innalza muri, di regola, lo fa per difendersi. Così come il grande terrorismo internazionale è, di regola, affare di potenti contro i deboli.
Il muro di Berlino altro non era che la manifestazione di un assedio. E l'assediato non era certo l'Occidente, ma l'Unione Sovietica; l'estremo avamposto europeo dell'Unione Sovietica.

A dieci anni di distanza dal crollo dell'URSS - e dopo tre guerre, e tre "diavoli" apparsi all'improvviso, apparentemente dal nulla,Saddam Hussein, Milosevic, Osama Bin Laden - molte cose cominciano ad apparire sotto una luce diversa da quella con cui le vedemmo nel loro svolgersi immediato e cronachistico. Mai come in questo caso è valida l'idea che sono i vincitori a scrivere la storia delle guerre. Nel caso presente la storia della guerra fredda l'abbiamo scritta noi, cioè l'Occidente. E non è detto che la descrizione degli eventi, e la loro interpretazione, che hanno avuto la meglio, siano le uniche, né che siano le migliori.

Per esempio abbiamo tutti gioito per la fine dell' "Impero del Male", per poi scoprire che a quell'impero erano stati assegnati misfatti non suoi. Che, ad esempio, non tutte le contraddizioni del mondo derivavano dalla presenza ossessiva e opprimente di quell'impero. E che, anzi, con la sua sparizione ingloriosa, molte altre contraddizioni si sarebbero fatte più acute, più sanguinose, perfino più ingovernabili.

Questa è forse (anche se non ne sono sicuro) tematica per altri convegni. Comunque, a dieci anni di distanza, credo che a tutti gli uomini di buona volontà e di decente coscienza s'imponga una serie di revisioni: di ipotesi, giudizi sommari, valutazioni della prim' ora. Molte cose non sono andate per il verso giusto, tanti errori sono stati commessi, da loro e da noi. E in tutti i casi gli errori sono stati determinati da una valutazione sbagliata di cos' era l'Unione Sovietica. Certo ha giocato in questo la sua parte la grande paura durata cinquant'anni, che ha impedito un esame spassionato del nemico rimasto sempre sconosciuto dietro le sue trincee. Il nemico è sempre uno sconosciuto. E ha giocato il suo ruolo anche l'esistenza, in Occidente, specie negli Stati Uniti, di un grande esercito di intellettuali - milioni di uomini - che era stato impiegato a tempo pieno nella guerra fredda e che non accettava di smobilitarsi, non ne era capace, e continuava (per certi versi continua ancora oggi) a combattere un nemico ormai estinto. I reduci delle guerre soffrono spesso di una specie di coazione a ripetere. E la guerra fredda fu davvero una guerra, grande, mondiale, la terza. L'unica differenza, rispetto alle due precedenti, fu che essa venne combattuta materialmente su campi lontani, uno dei quali fu proprio l'Afghanistan. Ma lo scontro fu totale, prolungato, e si protese fin dentro le redazioni dei giornali, delle case editrici, delle catene televisive di tutto il pianeta.

Si capisce dunque perfettamente perché, anche adesso, s'incontrano sulle prime pagine dei nostri giornali così tanti commentatori che descrivono il crollo dell'Unione Sovietica in toni di esaltazione vittoriosa e, invariabilmente, di totale ottimismo per il futuro. Commenti che per fortuna dei loro autori nessuno traduce mai in russo, perché potrebbero essere ospitati soltanto sui giornali umoristici russi. Che sono pochi, perché c'è poco da ridere, in Russia, ma in compenso sono molto pungenti.

Comunque sia, dieci anni dopo la fine dell'URSS scopriamo ad esempio che nello spazio geografico che essa occupava vi sono più nostalgie che speranze. Delle 15 repubbliche dell' ex Unione Sovietica si fa fatica a trovarne tre con un sistema democratico decentemente simile a quelli dell'Europa Occidentale. Il resto è precipitato in variegati abissi di barbarie e di povertà tali appunto da suscitare, in chi ci vive, soltanto nostalgia per il passato. Il "secondo mondo" - il "primo mondo" siamo noi, com'è noto - è scivolato nel "terzo mondo". Tant'è che, a rigor di logica, non dovremmo più parlare di "terzo mondo", visto che il "secondo" è sparito. Il guaio più grosso è che coloro che vi abitavano pensavano invece che sarebbero stati accolti tra acclamazioni di giubilo nel "primo mondo", non appena eliminato il comunismo. Di conseguenza la loro delusione è ancora più cocente.

Perché vi siano precipitati è materia di contenzioso. C'è chi afferma che è tutta colpa loro, che si illusero, che non seppero mettersi a lavorare, che aspettarono la manna dal cielo, eccetera. C'è invece chi pensa che l'Occidente abbia grandi responsabilità, anzi decisive, in questo disastro. Forse la via di mezzo è quella giusta. Il che però non ci allevia dalle nostre colpe. Noi promettemmo democrazia e benessere a breve termine. Non sono arrivati né l'una né l'altro. Forse eravamo sinceri nel prometterlo, ma allora bisogna riconoscere che eravamo molto ingenui e anche molto presuntuosi, cioè incolti, perché non tenevamo conto delle vischiosità della storia, dei vincoli culturali che esistevano e non sarebbero stati facilmente aggirabili.

Promettemmo democrazia, ma quello che è arrivato sulle loro teste è una caricatura della democrazia. E poiché il sistema sovietico aveva pur sempre creato popolazioni tutt' altro che incolte, essi hanno capito che non era questo ciò che volevano e si aspettavano. E hanno pensato, giustamente, di essere stati ingannati. Né possiamo accusarli, in questo caso, perché loro non sapevano cos' era la democrazia, non avendola mai sperimentata (in Russia, certamente, mai). Non avevano neppure una società civile lontanamente paragonabile alla nostra, e dunque non erano in grado di difendersi dall' emergere aggressivo e prepotente di nuove elites criminali, da oligarchi a metà strada tra le vecchie nomenklature e le nuove mafie.

Peggio ancora: i responsabili dell'Occidente democratico si affrettarono a riconoscere i nuovi regimi semi-criminali emersi dal post-comunismo, facendo credere alle grandi masse popolari di quei paesi (che ben sapevano di che pasta erano fatti i loro nuovi reggitori) che l'Occidente non era dissimile da loro. Il guasto più grave, in tutta questa storia, è che la democrazia come istituto fondamentale della civiltà occidentale è risultata gravemente screditata agli occhi di centinaia di milioni di persone.

Come abbiamo potuto commettere così tanti errori? In Russia e in molte repubbliche ex sovietiche, la popolazione era pronta, con entusiasmo, ad abbracciare i nostri valori, il nostro sistema. Il comunismo aveva fatto fallimento, il capitalismo trionfava, il consenso era assicurato. Ma sono bastati pochi anni di terapie choc, di cure intensive con le ricette del Fondo Monetario Internazionale, di trapianti di sistema sociale, per provocare una violenta crisi di rigetto.

Ci si aspettava, ad esempio, una impetuosa crescita della religiosità dopo decenni di propaganda ateista, di repressione variamente dura delle libertà, tra cui quella di credere e di propagare la fede. Non c'è stata nemmeno quella. Eppure adesso limitazioni alla libertà religiosa non esistono più, né in Russia, né in Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, in tutte le aree cristiano-ortodosse dell' ex Unione Sovietica. Abbiamo assistito, in questi anni, all' arrivo in massa di predicatori di tutte le sette, di tutte le dottrine, carichi di dollari, che riempivano stadi e teatri di pubblici straniti, inneggianti a dei stranieri. Una stagione breve, alla quale ha fatto seguito la vittoria schiacciante del solo idolo che conti in Occidente, il "Dio Consumo". Una popolazione di 350 milioni di persone, vissuta per tre generazioni al di fuori dei templi dell' abbondanza, è stata investita dalla rutilante bellezza dei beni dell'Occidente. Non che fossero alla portata di tutti, al contrario. Solo pochi hanno potuto permetterseli. Ma sono divenuti così vicini, così a portata di mano, da dare l'impressione che tutti potessero averli, almeno in sogno. Più o meno come da noi, dove i ricchi sono relativamente pochi, ma tutti possono pensare di diventarlo, un giorno, e quindi sono disposti ad accettare la povertà, nell'attesa di diventare ricchi.

Così è accaduto che il materialismo comunista è stato velocemente soppiantato dal materialismo capitalista, mentre larghissime masse popolari venivano sospinte nell'incultura della cultura di massa propagata dai mass media che scimmiottavano quelli peggiori dell'Occidente. Lo spazio per la vita spirituale si è quindi venuto restringendo, assieme a quello per la democrazia e per la società civile.

La nuova Russia che avrebbe dovuto nascere non è nata affatto, per lo meno non lo è ancora. Al suo posto rimane un grande punto interrogativo.

So bene di dire cose dissimili da quelle che trionfano sui nostri mass media, a sentire i quali la Russia sarebbe, ad un tempo, uscita dalla sua crisi e entrata nell'Occidente, omologandosi pienamente. Non è così. E sarà utile, per tutti, che non si coltivino altre illusioni.

La colonizzazione della Russia, tentata in questo decennio, può dunque dirsi fallita. Dovremmo trame le dovute lezioni, evitando di riprodurla altrove, dove il fallimento sarebbe altrettanto assicurato. Perché se l'Occidente non è riuscito dove tutte le condizioni erano a suo favore, come potremo pensare di riuscire laddove le diversità sono molte volte superiori? Paradossalmente, nello sconfiggere i pallidi e confusi eredi dei bolscevichi, abbiamo commesso l'errore dei loro padri: non abbiamo capito che - come diceva Herzen - "bisogna camminare con il passo dell'Uomo", il che significa rispettare i suoi tempi,la sua storia,la sua cultura.

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