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Giovedì, 01 Settembre 2005 12:12

Sulla Pacem in Terris

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di Giulietto Chiesa

“Con l'ordine mirabile dell'Universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicchè i loro rapporti non possano essere regolati che per mezzo della forza”.

Sono trascorsi quarant'anni dal momento in cui queste parole furono scritte da Giovanni XXIII, ed esse stanno purtroppo riacquistando un'attualità terribilmente evidente. “Una convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana”, continuava, poco più avanti, l'enciclica.

Ebbene noi siamo oggi di fronte alla teorizzazione di una pratica che elimina, esclude, violenta i presupposti stessi di una convivenza umana basata sui valori universali della Dichiarazione dei diritti dell'Uomo che fu il frutto più fecondo dell'idea stessa di una “convivenza umana”.

Credo si debba dire che, rispetto a quelle parole, a quei concetti, perfino a quelle speranze di quarant'anni fa, l'umanità contemporanea è andata indietro, non avanti. Ripenso alle durissime parole di Giovanni Paolo II, pronunciate alla vigilia dell'ultima guerra, quella irachena: parole di dolore e di indignazione, che lasciavano intravvedere un Dio corrucciato nei nostri confronti.

Con ragione. Perché è di nuovo la forza (e l'egoismo, che della forza è il braccio armato) che sta divenendo il criterio regolatore delle azioni degli Stati, di quelli più forti s'intende. E tutti i criteri della saggezza umana, accumutati dopo le tremende esperienze del XX secolo, vengono ora messi in un canto.

Giovanni XXIII aveva dedicato una parte grande della “Pacem in Terris” al ruolo delle Nazioni Unite, alla necessità di una legalità internazionale capace di sostituire stabilmente, per sempre, ai criteri della forza e del sopruso, quelli del consenso e della legge, dei diritti e dei doveri, eguali per tutti, grandi e piccoli, del mondo. E non è un caso se, nel momento in cui prevale l'ideologia della forza e del sopruso, sono proprio le Nazioni Unite ad essere sottoposte all'offensiva più dura e intransigente. Perché il nuovo Impero, alla cui nascita stiamo purtroppo assistendo, non ha bisogno di mediatori, non tollera impacci, non ricerca consenso.

L'ONU rappresenta per esso soltanto un ostacolo, del quale occorre liberarsi. Così come della politica e della democrazia. Tutto si tiene nell'ideologia dell'Impero: anche il “pensiero unico” ha dogmi indiscutibili, si nutre di “necessità” che assumono la forma di leggi universali. La politica non è più necessaria, poiché si tratta soltanto di realizzare quelle necessità che l'economia detta e alle quali non c'è riparo, come non c'è riparo dalle leggi della natura.

Ma anche la democrazia non è più necessaria. Essa è anzi un impaccio, una inutile perdita di tempo rispetto alla logica della TINA (There Is No Alternative). Perché mai discutere di opzioni possibili, di variazioni auspicabili, se l'alternativa, a priori, è stata esclusa?

E, infine, che senso ha mantenere in piedi una struttura che prevede l'uguaglianza dei popoli, non importa quanto grandi e quanto potenti e armati, di fronte alla legge comunemente definita, se tutti, individui e comunità, siamo destinati a regolare i nostri rapporti sulla base della “concorrenza" che – per definizione – prevede la vittoria del più forte, del meglio organizzato, di colui o di coloro che, per il caso e la fortuna, o anche per il valore, hanno raggiunto in anticipo rispetto agli altri una posizione di privilegio?

Scriveva Giovanni XXIII che “le comunità politiche possono differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà, o di sviluppo economico, però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre”. Parole di saggezza, scolpite nei documenti più alti della società umana del secolo scorso, che ora sono quotidianamente irrise nella pratica dei potenti. Paradossalmente, a prima vista, esse apparivano più credibili quarant'anni orsono, quando il mondo era ancora bipolare, anzi era stato appena sottoposto ai più gravi rischi di conflitto nucleare; quando Unione Sovietica e Occidente si fronteggiavano in ogni area del mondo, pronti a colpirsi ma frenati entrambi della paura della reciproca distruzione.

Parole che oggi riemergono a fatica dal passato, e si leggono con incredulo stupore. Così come le mirabili parti dell'enciclica che ci ricordavano l'inestimabile ricchezza che la diversità – le diversità – rappresentano per l'intera comunità degl'individui. Ciascuna di esse è straordinaria – scriveva Papa Giovanni non solo per coloro che ne sono portatori, ma soprattutto per tutti gli altri, che in quella diversità si possono specchiare, possono confrontarsi, arricchirsi, imparare, foss'anche per distinguersi. Adesso si fanno guerre per “esportare” con la forza i valori di civiltà che si sono autodefinite come “superiori”, nei confronti di civiltà che sono state definite sbrigativamente come “inferiori”. Naturalmente anche queste giustificazioni sono false, poiché la guerra non può essere in alcun modo esportatrice di valori. Ma noi tutti – anche noi che viviamo nella cittadella dei ricchi asediati - siamo ormai sottoposti a un tale bombardamento di falsità, di menzogne, di inganni più o meno subdoli che milioni, forse miliardi, d'individui non hanno mezzi di difesa contro una “guerra delle idee” condotta con la stessa schiacciante superiorità tecnologica che i più forti e i più ricchi usano per sconfiggere i più deboli e i più poveri.

Adesso vediamo con grande chiarezza che, in vece e al posto di un'ideologia atea, che aveva contribuito a dividere il pianeta in forma bipolare, è sopraggiunta un'altra ideologia, non meno atea, che pretende di uniformare il pianeta sotto le insegne di uno sviluppo insensato, insostenibile, di consumi sempre più inutili. E poiché cominciamo a fatica a scorgere che le risorse non sono infinite, ecco che emerge in tutta la sua brutalità la necessità di preparare l'umanità al momento in cui qualcuno dovrà decidere (in nome, nuovamente, della “necessità”) a chi debbono essere assegnate le risorse disponibili.

E non sarà una decisione pacifica, poiché immense masse d'individui lotteranno per la loro stessa esistenza. Lotteranno anche se povere e senz'armi, perché non avranno scelta. Non sta già avvenendo, sotto i nostri occhi? Non stiamo forse già assistendo ai primi vagiti di un mondo di caos e di terrore, nel quale tutte le conquiste di civiltà e di umanità saranno spazzate via dalla violenza e dalla “necessità” (la parola principale di questo inquietante futuro) di difendersene.

Non sarà una decisione pacifica anche perché una parte dell'umanità così a lungo diseredata – penso al miliardo e 300 milioni di cinesi, penso al miliardo di indiani, penso ai duecento milioni del Brasile – si va organizzando anch'essa per difendere il proprio sviluppo e per condividere le ricchezze del pianeta. E questa parte della popolazione mondiale ha già le possibilità tecnologiche di difendersi, oppure le avrà in un arco di tempo prevedibile e paragonabile, per ampiezza, a quello che i più forti ritengono necessario per prepararsi allo scontro.

Dunque è evidente, o dovrebbe esserlo, che l'ideologia del pensiero unico non porta su nessuna strada di pace. Al contrario essa è un'ideologia di guerra. Guerra che prepara altre guerre, sempre più vaste, sempre più lunghe. Guerre, ci è stato comunicato dall'Imperatore in persona, che dureranno “un'intera generazione”.

Tornano alla mente, di nuovo, le parole di Giovanni XXIII: “nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacchè il grado della sua prosperità, del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche”.

E' il concetto di interdipendenza, che allora appena appena vedeva la luce, e che negli ultimi tempi è tornato in auge nel contesto della globalizzazione, ma stravolto, privato del suo contenuto solidale e , appunto, razionale, per divenire una delle mille formulazioni con cui si vorrebbe imporre dovunque l'idea della “inevitabile” soggezione di singoli e popoli alla dura legge del mercato.

Quelle di Papa Giovanni erano invece parole moderne di saggezza, e di ottimismo, che presupponevano il prevalere della ragione e del rispetto delle regole. Ma entrambe sono già state travolte dall'insensatezza di chi afferma che “il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile” (Ronald Reagan), e che quindi ha teso a sostituire alle “regole uguali per tutti” la legge del più forte, cioè la legge della jungla, a riprova della capacità degli uomini di procedere a ritroso.

La “Pacem in Terris” indicava una via morale che era, al contempo, una via razionale. Fu in questa congiunzione la sua enorme forza. La sua enorme forza e attualità è in questa congiunzione. Quando fu scritta, la questione centrale, già emergente con forza, era quella della giustizia. E non fu certo per caso se Papa Giovanni trovò ispirazione nel S.Agostino del De Civitate: “Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?” Che doveva coniugarsi con la ragione: “Quando una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene un atto di violenza”.

Adesso, quarant'anni dopo, alla questione della giustizia (per meglio dire: della crescente ingiustizia) che permea tutti i rapporti tra le società umane, si è aggiunta quella – che non ammette dilazioni – del rapporto tra uomo e natura. Il tipo di sviluppo nel quale tutti siamo immersi appare sempre più chiaramente come insostenibile, non solo perché ingiusto e causa di tensioni sempre più scute, ma soprattutto, perché spezza il rapporto di equilibrio tra l'uomo e l'ambiente nel quale viviamo. Se l'ingiustizia si può correggere, se la violenza tra gli uomini si può sconfiggere, o attenuare, il turbamento che stiamo infliggendo all'universo rischia di diventare irreversibile. E il tempo del pentimento rischia di essere troppo breve per le nostre menti occluse dai troppi consumi.

Come uscirne? Che fare? La strada è ancora quella della pace. Che è oggi assai più impervia di quanto non fosse allora, piena di buche, contornata di precipizi. Ma fermare la guerra è un compito urgente, immediato. Poi ci si potrà sedere di nuovo attorno a un tavolo, appendere le armi al chiodo fuori della porta e ricominciare a negoziare alla pari, con reciproco rispetto. E, se giungeremo alla conclusione che le risorse non sono infinite, potremo decidere, insieme, di suddividerle equamente, senza combattere.

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