Prima? Intendo dire quando le guerre avevano dei fronti. E i giornalisti (allora non c'era la televisione, c'erano degli operatori cinematografici che rischiavano alto, ma erano pochissimi) stavano in genere da una parte del fronte, o dall'altra. Se dovevano mentire mentivano, se sapevano capire e raccontare raccontavano, ma non potevano andare a vedere dall'altra parte, in che modo il nemico uccideva il suo nemico, cioè i “nostri”. Raccontavano le sofferenze e le vittorie di una sola parte: l'altra potevano solo immaginarla.
Perché adesso si muore di più? Semplicemente perché non c'è più una linea del fronte. E allora, se devi raccontare la guerra, devi andarci in mezzo, devi diventare un bersaglio possibile, o devi sottoporti anche tu, come i soldati di un tempo alla probabilità che una bomba, un proiettile, t'incontri per caso, mentre stai leggendo la paura di entrambi i contendenti, mentre ti accorgi, perfino, che i contendenti sono più dei due che avevi sempre immaginato. Se voi raccontare la guerra devi essere come la gente che ci muore dentro, non solo come i soldati, ma come i vecchi, i bambini, le donne, che sono intrappolati in mezzo alla battaglia.
Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Irak, tutte guerre dove i giornalisti sono morti a decine proprio perché erano “là in mezzo”. Cioè in mezzo a un campo di battaglia che non ha contorni, che si muove da un punto all'altro delle mappe, che magari può arrivarti addosso mentre dormi nella camera d'albergo che credevi sicura, isola ritagliata da convenzioni troppo astratte e lontane per essere rispettate da qualcuno.
Si muore di più perché chi dovrebbe raccontare viene individuato come una delle parti in lotta, e dunque come un obiettivo su cui si può e si deve sparare. I missili che colpirono la televisione di Belgrado questo hanno codificato definitivamente: che l'informazione è un'arma, arma potente, sempre più potente. E che una riga equivale a un colpo di bazooka, e una manciata di immagini sono più tremende di un bombardiere in picchiata.
Giusto o sbagliato? Tremendamente reale. Le ultime tre guerre del nuovo secolo (anche se quella del Kosovo si è consumata prima che finisse il XX, faceva già parte delle guerre “nuove”) hanno dimostrato che l'informazione è un attore di guerra incomparabilmente più potente di quanto lo fosse nel passato, ai tempi delle guerre con i fronti. Una guerra – come quella del Kosovo, o le altre che l'hanno seguita – si può “preparare” in anticipo proprio mediante i sistemi della comunicazione di massa. Il pubblico può essere indotto a pensare una cosa solo perché le televisioni gli fanno vedere solo, esclusivamente, quella cosa.
C'erano i profughi kosovari? C'erano. C'era la pulizia etnica? Non c'era. Per lo meno non era così grande come i media ce l'hanno raccontata. Ma il punto è un altro: è che mentre tutte le televisioni, tutti i giorni, da tutti i canali, ci mostravano immagini strazianti delle popolazioni albanesi del Kosovo, noi non vedevamo un'altra guerra decisamente più grande. Con molti più profughi, con molti più morti, con un genocidio senza proporzioni. Una guerra contemporanea a quella del Kosovo, solo dieci volte più grande e più sanguinosa.
Di quale guerra parlo? Sono certo che molti di coloro che stanno leggendo queste righe non troveranno facilmente, o immediatamente, una risposta a questa domanda. Ed è logico, perché non l'hanno vista. Parlo della guerra di Cecenia, della prima guerra di Cecenia, quella che cominciò Boris Eltsin.
Ma di quella guerra, per tacito consenso, nessuno doveva parlare troppo. Doveva restare in disparte, non poteva inondare gli schermi. Per una ragione di stato cruda, implacabile: chi la stava facendo era un amico dell'occidente, era uno dei nostri. Per questo non doveva essere disturbato.
Ecco che l'informazione si fa complice. Quando non si fa guerriera essa stessa. Vedi le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Adesso sappiamo che non c'erano. Ma l'aggressione è stata motivata con quella armi, che non c'erano. E ancora continua, mentre noi sappiamo perfettamente che quelle armi non c'erano. Milioni di americani hanno rieletto il presidente George Bush, che li ha ingannati platealmente, raccontando loro la favola dell'uomo cattivo, e ancora pensavano al momento del voto (lo hanno rivelato i sondaggi d'opinione) che quelle armi vi fossero, a un anno dalla fine ufficiale della guerra. E chi li aveva ingannati? Certo gli uffici della disinformazione, impiantati nei ministeri della guerra, nei servizi segreti. Ma questi manipoli di manipolatori non avrebbero sortito alcun effetto se non vi fosse stato un sistema mediatico corrivo, complice, pronto a dilatare false informazioni, pigro quanto basta per evitare di verificare le notizie, vile quanto basta per non disturbare i potenti che organizzavano la menzogna e che preparavano la guerra.
Ricordo come fosse ieri – ma tutti noi dovremmo ricordarlo – quando Colin Powell, allora segretario di stato, si presentò davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite agitando una fialetta che avrebbe dovuto costituire la prova provata di ciò che gli Stati Uniti andavano dicendo da tempo. Cosa c'era dentro quella fialetta non è importante. Forse era vuota, un aggeggio teatrale ben studiato, efficace, penetrante. Ma il giorno dopo tutti i giornali del mondo, tutti i telegiornali del pianeta occidente, dissero la stessa cosa, pubblicarono la stessa fotografia, mostrarono le stesse, identiche immagini. E quasi nessuno – certo nessuno dei media che raggiungono le grandi masse – osò mettere in discussione quella ignobile sceneggiata. Nessuno chiese cosa c'era dentro quella fialetta. Il massimo che fecero, quei direttori di giornale o di telegiornale, fu di mettere tra virgolette le parole di Powell. “Abbiamo le prove”. Così scaricando su di lui tutta la responsabilità, che in effetti si meritava, ma fingendo di non averne una propria, che sarebbe consistita nel chiedere una verifica.
Questo è dunque un altro aspetto, di cui raramente si parla, del racconto della guerra. Che è una forma di giornalismo “embedded”, attuata standosene a casa propria, nel proprio ufficio di direttore di giornale, di commentatore. Consistente nel prendere per buono quello che arriva dai canali ufficiali. E per ufficiali intendo anche le grandi catene televisive come la CNN , o come il New York Times. Sappiamo ormai a memoria che anche loro sono (spesso) “embedded”. Neanche di loro possiamo fidarci. Dovremmo sapere che nell'informazione non c'è mai un'autorità così grande da non dover essere sottoposta a verifica. La pratica è esattamente il contrario della verifica. Per la semplice e banale ragione che il “quarto potere” è sempre meno tale e sempre più parte integrante del potere, e dunque non più capace di svolgere un'azione autonoma di controllo del potere.
Come si diceva, un tempo, alla BBC – prima che arrivasse Tony Blair a imporre nuove regole a tutti – che una buona intervista a un leader politico o militare la si può fare solo se l'intervistatore tiene ben fissa in mente questa idea: “perché mai questo mascalzone si accinge a raccontarmi tante bugie?” Altrimenti le domande saranno troppo morbide, e il giornalista cesserà di essere tale e diverrà un servitore.
Ma questa è ormai una leggenda dei tempi che furono. Ai giornalisti giovani, che si accingono a cominciare il mestiere, viene insegnato che devono imparare a servire se vogliono fare carriera. Eppure bisogna cercare, in ogni modo, di sfuggire a questi condizionamenti. Non solo per un astratto amore del giornalismo, ma perché senza un quarto potere efficace una società non può più definirsi democratica. Infatti non riesco a concepire democratico un paese in cui milioni di persone non hanno i mezzi per poter comprendere ciò che accade, qual è la posta in gioco su questo o quel problema. Andranno a votare, forse (spesso non ci vanno più), una volta ogni cinque anni, ma l'esercizio del loro diritto sarà stato demolito in anticipo dalla assenza di una vera informazione. La scheda dell'urna è solo il punto finale di un processo. Senza quel processo anche il voto diventa mistificazione e manipolazione, e in suo nome si possono compiere cose infami, che saranno dipinte di democrazia, pur essendo il suo esatto contrario.
Non è solo, dunque, il problema di andare a raccontare la guerra laddove la si fa, dove si muore, dove muoiono sempre più spesso i civili. Il centro della questione non sta nella retorica del “devo essere laggiù per raccontare”. Sta nel capire cosa non funziona più nel nostro sistema mediatico. Per meglio dire: cosa non funziona nell'interesse della gente comune, perché per il potere tutto ciò funziona a meraviglia. Potremmo avere cento giornalisti sui teatri di guerra senza capire nulla di ciò che vi accade. Potremmo averne mille, a raccontare delle verità manipolate. Soprattutto potremmo non sapere perché la guerra è cominciata, che è la domanda più importante tra le centomila possibili di un qualunque racconto della guerra.
























