Ma a chi non è aruspice o mago, cosa resta? I dati, i semplici dati della realtà effettuale. Che non pronosticano il futuro, ma descrivono il presente, talvolta lo fotografano così bene che in esso si riesce perfino a intravvedere un pezzo, magari piccolo, perfino microscopico, del futuro.
In questa modesta sfera di cristallo mi è accaduto di vedere la guerra irachena con addirittura un anno di anticipo. Lo scrissi e fui guardato come un pazzo, o come una Cassandra delle solite. I miei libri, che pronosticavano sventure, non furono recensiti. Eppure sarebbe bastato leggere nei documenti ufficiali, o negli sguardi, volta a volta ebeti o furbi, per capire tutto ciò ch'era necessario a trarre delle normali, evidenti conclusioni.
Poi scoppiò la guerra, che per molti fu una sorpresa, mentre bastava guardare non la sfera di cristallo ma ciò che stava accadendo sotto i nostri occhi, per capire che la guerra era stata decisa con grande anticipo (come tutte le guerre, del resto), e per motivi del tutto diversi da quelli che ci venivano propinati per giustificarla (come per tutte le guerre, del resto).
Dunque cosa vedo? Vedo la Cina , che invia suoi emissari in tutto il mondo per comprare, con i dollari che ha accumulato in questi ultimi vent'anni di tempestoso sviluppo, tutto ciò che è comprabile. Soprattutto gas e petrolio. Corrono in Africa, i cinesi, e in America Latina, e comprano giacimenti. Talvolta così modesti da poter produrre appena qualche decine di migliaia di barili di petrolio al giorno. Bazzecole. Sciocchezze che gli emiri del Golfo guarderebbero con sovrano disprezzo. Eppure i cinesi li comprano, e a prezzi perfino due volte superiori a quelli di mercato. Al punto da provocare le furie dei guru di Wall Street, aruspici che pronosticano ogni giorno clamorose sciocchezze e sesquipedali banalità. Ma come? – dichiarano indispettiti i commentatori economici - stanno rovinando il mercato,. Guardali questi parvenues appena usciti dal comunismo, neofiti incompetenti, pensano i guru dei mercati. E non sanno capacitarsi di quanto accade, perché non l'avevano previsto. E, siccome non l'avevano previsto, non riescono a capacitarsi che esista.
Invece comprano, i cinesi: comprano anche grandi fabbriche, aziende lontane dei loro confini e mari; grandi fabbriche, pezzi di corporations, come la filiale della IBM che produce personal computers. Ma soprattutto fanno incetta di aziende che lavorano materie prime sempre più preziose, come alluminio e rame. E giacimenti interi di quelle stesse materie prime e di molte altre. Pagano in contanti e senza contrattare sul prezzo. Non si era mai visto, in questo suk mondiale in cui viviamo, gente così poco attenta al denaro. Perché lo fanno?
Io leggo e penso: sono nervosi, non distratti. Il dollaro scende e scenderà, loro l'hanno capito da tempo e agiscono di conseguenza. Meglio liberarsene in fretta. Meglio spenderlo finchè vale ancora molto, assai di più di quello che vale in realtà. E non è un saggio e previdente padre di famiglia borghese colui che fa questi conti: è il più popoloso paese della Terra, le cui scelte già producono maree grandi come lo tsunami. Penso: sono inquieti, perché temono che il petrolio – di cui hanno disperato bisogno – ormai quasi tutto nelle mani degli Stati Uniti, potrebbe presto diventare non solo merce di scambio assai rara, ma soprattutto mezzo di pressione e ricatto.
Penso: si preparano per tempi duri, per una crisi molto più grande di quelle cui siamo stati abituati negli ultimi cinquant'anni. I conti li hanno fatti da soli, senza leggere gli aruspici di Wall Street. Sanno che, a questi ritmi di crescita dell'economia cinese, nessuno è in grado di resistere, nemmeno loro. Tant'è che, unico paese al mondo, la scorsa estate il primo ministro cinese ha dichiaratoi solennemente, di fronte al Congresso dei Deputati del Popolo, che il “Paese di Mezzo” avrebbe dovuto ridurre la sua crescita di oltre due punti percentuali, dal 9,3 al 7%, pena la distruzione degli equilibri sciali, economici, ambientali della stessa Cina. Ma anche loro, come tutti noi, appaiono prigionieri di una logica di sviluppo che è quanto di più illogico si possa immaginare. Neanche loro hanno il freno per rallentare la corsa.
Vedo l'Iran, su cui gli Stati Uniti stanno già esercitando pressioni sempre più forti perché rinunci a fabbricare la bomba atomica. Adesso non ce l'ha, forse ce l'avrà. Loro, gli americani non hanno nessun diritto per imporre la loro volontà, ma hanno in compenso già elaborato una dottrina – quella della guerra preventiva – che gli consente, loro pensano, di risolvere tutti i problemi ammazzando coloro che, anche potenzialmente, minaccino il loro tenore di vita e le loro certezze. Prima tra tutte quella di essere non solo i più forti, ma anche i migliori, i più virtuosi. E, come tali, sotto la inflessibile e folgorante protezione divina.
Leggo che gli Stati Uniti vogliono che ci sia, a Teheran, una “rivoluzione democratica”, come quella ucraina. Mentre ne preparano attivamente un'altra, in Bielorussia, con la quale cacceranno dal potere l'ennesimo “dittatore sanguinario”, nella modesta persona di Lukashenko. Ma già dicono che, se non ci sarà la rivoluzione democratica in Iran, allora bisognerà imboccare “l'opzione militare”. Così siamo tutti avvertiti. I “cattivi” innanzitutto, le “canaglie”. Ma anche tutti coloro che, ignavi, pigri, non virtuosi, infidi, non riescono a capire che i cattivi devono essere estirpati, “spenti” avrebbe detto il Machiavelli.
Gli europei non sono contenti. Sono loro gli ignavi. Leggo che alcuni di loro, Parigi, Berlino, Londra, vorrebbero una variante diplomatica perchè anche loro sono inquieti, temono un'altra guerra. Temono le sue ripercussioni in Europa, preferirebbero mettersi d'accordo, trovare un compromesso, offrire qualche compensazione, prendere tempo.
Anche gli ajatollah leggono i giornali americani. E si preparano attivamente. Anche loro comprano armi e nel suk mondiale basta avere denaro per comprarne di sofisticate e temibili. Leggo, sugli stessi giornali americani, quelli specializzati soprattutto, che squadriglie di caccia F-16 ultimo modello sono già pronti, sotto bandiera israeliana, ad alzarsi in volo per andare a bombardare i siti atomici iraniani. Ma, nel frattempo gli iraniani hanno comprato e fabbricato missili che possono colpire anche Tel Aviv. E avvertono: se attaccherete risponderemo.
Mosca ha venduto armi molto nuove e inedite agli iraniani. E Mosca è molto arrabbiata con l'America, e anche con l'Europa, perché le hanno portato via da sotto il naso niente meno che l'Ucraina. Sono arrivati, americani e europei, a razzolare nel suo cortile di casa. A Mosca pensano che non è bello comportarsi in questo modo. In fondo – pensa Putin – vi ho lasciato fare la guerra in Afghanistan senza frapporre ostacoli. Vi ho anche permesso di costruire diverse basi militari nell'Asia Centrale che è sempre stata russa, e poi sovietica . E non ho nemmeno protestato. Vi ho consentito (lo so che non potevo impedirvelo, ma avrei potuto creare un mare di problemi, e non l'ho fatto) di estendere la NATO su tutto l'est europeo, addirittura in tre delle repubbliche ex sovietiche del Baltico, e voi mi ripagate portandomi via l'Ucraina? Non è bello, credetemi, non è educato.
E Putin non può ricostruire una Russia che si rispetti (cioè che rispetti se stessa e si faccia rispettare), grande e potente, senza l'Ucraina. L'Ucraina è carne e sangue della Russia. E' ben vero che una metà odia la Russia con tutta l'anima, più o meno come la odia la Polonia. Ma l'altra metà, o poco meno, è russa tecnicamente, è di lingua russa, e di religione ortodossa, e guarda a Mosca. Quello che vede, a Mosca, è abbastanza rivoltante, non le piace. Il capitalismo europeo le piace molto di più. Ma andarci comporta dei rischi. Loro, i “russi” di Ucraina, hanno visto e toccato con mano in questi anni post-sovietici, che fine fanno i russi quando sono lasciati in minoranza. Hanno visto come sono trattati i russi in Estonia, Lettonia, Lituania e non vogliono trovarsi nella situazione di reietti, oltre che in quella di poveri. Mosca non gli piace, ma esitano a lasciarla, anche psicologicamente. Questo occidente sarà pure ricco, ma non è ugualmente accogliente per tutti. Questo l'hanno imparato. Con ritardo, ma l'hanno capito.
A Putin gli hanno dato uno schiaffo in faccia, a lui che è stato così conciliante con l'Imperatore. Adesso ha cominciato a capire, forse a subodorare soltanto, di avere sbagliato parecchie mosse della sua personale partita. Ma lui, Putin, ha armi nuove e potenti da agitare sul naso di coloro che l'avevano già dato per spacciato. La Russia ha smesso di organizzare ritirate strategiche. Si è stufata. Quella dall'Ucraina non intende farla e non la farà. L'Occidente ha vinto anche questa battaglia, ma ricomincia la guerra fredda, un'altra, molto meno prevedibile della precedente. Quel ch'è peggio, per altro, è che l'Imperatore appare del tutto ignaro delle conseguenze. Lui va avanti da una “missione compiuta” a quella successiva. Inanella “successi”, dei quali si inebria ascoltando il coro dei media cretini che lo adulano, che inneggiano alla sua sagacia, che lo incoraggiano nell'avanzata.
E c'è l'Irak in guerra, dopo che la guerra è già stata finita e vinta. George Bush non sarà un'aquila, ma bisogna riconoscergli, a lui e ai suoi consiglieri, primo tra tutti Paul Wolfowitz, una notevole sagacia propagandistica. In meno di une mese, tra gennaio e febbraio dell'anno di Dio 2005 (primo del suo secondo mandato, terzo mandato della Famiglia Bush, che probabilmente sarà seguito da un quarto mandato, al fratello Jeb, che pare addirittura più furbo di lui), ha fatto credere al mondo intero (quello occidentale, l'unico che rientri, seppure a fatica, nel suo orizzonte mentale) di avere vinto le elezioni irachene e di avere con-vinto gli alleati europei della sua buona disposizione verso di loro, dopo averli brutalmente schiaffeggiati nel corso del suo primo – si fa per dire, scherzando – mandato presidenziale.
Fantastico risultato del coro mediatico indipendente mondiale (CMIM), che è riuscito, in pochi giorno, orchestrando il grande viaggio europeo di Bush, a far tornare il sereno sulle relazioni interatlantiche, a far riconciliare Bush e Schroeder, Bush e Chirac, Bush e Zapatero. E' tornato il sereno, le nubi si sono diradate, odo augelli far festa e la gallina….
Con il sott'inteso che la guerra irachena è ormai archiviata. Cosa fatta capo ha, dicono a Napoli. Adesso, insieme alla democrazia esportata, bisogna istruire gl'iracheni, insegnargli come si fa un governo, come si amministra la giustizia, come si mantiene l'ordine pubblico, come si riparano i marciapiedi, come si raffina la benzina, come si commercia con l'occidente, come si eliminano i dazi all'entrata, come si mettono in piedi le filiali delle banche occidentali, come si privatizza l'etere e si fondano le libere televisioni, e così via occidentalizzando, liberalizzando, privatizzando.
Naturalmente si tratta di insegnamenti costosi. Ma noi occidentali siamo generosi: anticipiamo il know-how. La bolletta, intanto, la pagano loro con il petrolio.
“E' diventato ormai evidente che l'intera impresa era in molti modi gravemente viziata . In primo luogo viziata perché priva di un obiettivo plausibile, coerente e realistico (…) Poi viziata rispetto alle nostre responsabilità nel mondo e interne. Ha prodotto un grave sbilanciamento della nostra politica mondiale. Ha inchiodato una parte eccessiva della nostra attenzione e delle nostre risorse ad un singolo teatro secondario degli eventi mondiali. Ci ha lasciati poco preparati, se non del tutto sprovveduti, di fronte ad altre crisi che potrebbero svilupparsi altrove nel mondo. E, infine, è evoluta al costo di sviluppi positivi nella nostra vita nazionale. Ci ha distratti dai problemi interni la cui gravità, come tutti sappiamo, richiederebbe un'attenzione concentrata, la priorità assoluta sia del nostro governo che del nostro pubblico”. Parole di saggezza, esatte, precise, attuali, rivelatrici. Purtroppo una tale saggezza non è più merce vendibile nell'Impero del XXI secolo. Le pronunciò John Kennan nel 1968, parlando della guerra in Vietnam.
Abbiamo esportato la democrazia in Irak. Tra poco la democrazia arriverà anche in Siria. Salta in aria un ex premier libanese. Proprio al momento giusto, che coincidenza! E l'intero coro mediatico indipendente mondiale è balzato sulle lingue (delle fiamme) per denunciare la Siria di tutte le nequizie della regione. E a nessuno è venuto in mente che la prima a doversi dolere di quell'assassinio era proprio la Siria , cui quella morte proprio non serviva a nulla.
A chi serviva quella morte? Anche l'ultimo, il più sprovveduto, il più scalcagnato agente dei servizi segreti del più disperato paese avrebbe capito al volo che mettere una bomba sotto la macchina di Hariri sarebbe servito esclusivamente agli Stati Uniti e a Israele. Ma, tant'è, se dovessimo cercare un giornalista capace di fare due più due fa quattro, neanche la lanterna di Diogene potrebbe venirci in soccorso.
Continueremo, dunque, a esportare la democrazia, senza chiederci mai, noi che siamo cultori e adoratori del mercato, come si possa esportare ciò che non abbiamo. Perché non sono le elezioni che decidono che un paese è democratico. Visto che si è votato perfino negli Stati Uniti d'America, paese in cui un presidente che vince deve andarsene con le pive nel sacco, e il concorrente che ha perso diventa presidente. Caso Bush contro il povero Al Gore. Stesso paese in cui uno ri-diventa presidente dopo aver fatto morire circa tremila compatrioti in una guerra insensata, dopo avere ammazzato almeno 100 mila civili (nemici), nella stessa guerra insensata, organizzata sulla base di una serie di menzogne, la più grande delle quali, grande come una montagna, era la faccenda delle cosiddette armi di distruzione di massa. Caso Bush contro il povero John Kerry. Democrazia in una situazione in cui almeno sessanta milioni di elettori americani, due anni dopo, istupiditi dalle menzogne del grande coro mediatico indipendente americano, votano per un presidente bugiardo senza nemmeno sapere che li ha presi per fessi?
Democrazia quale, visto che si vota perfino in Italia, dove un signore possiede tutto ciò che occorre per silenziare tutti i suoi oppositori, tutte le televisioni, una maggioranza parlamentare molto grossa e al suo totale servizio, abbastanza denari per comprare tutti i suoi, inclusi i riottosi, un partito proprio e altri due o tre a stipendio. Più la protezione dell'Imperatore? Democrazia per i miliardari. Ma la democrazia per miliardari si chiama plutocrazia.
Guardo nell'unica sfera di cristallo che mi rimane: un cervello. Vedo che non c'è posto, su questo pianeta, per due Americhe. Né democratiche, né autoritarie. Proprio non c'è più posto. E la seconda America è già arrivata e sta mettendo il suo timbro di fabbrica su un sacco di cose. Leggo infatti che il nostro destino prevedibile si ferma al 2055. Me lo dicono 1500 scienziati responsabili di ogni parte del mondo, che hanno calcolato che quasi tutti gli ecosistemi principali su cui si regge la vita sulla Terra non riescono più a riprodursi e finiranno del tutto di operare attorno a quella data. Anche questi aruspici ci sono. Ma non li ascolta nessuno. Vengono incasellati in un sub-file marginale sotto la voce “catastrofisti”. E vengono così, conseguentemente oscurati dalla grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna (GFSM). E non potrebbe essere altrimenti, quando a milioni, agnelli sacrificali allegri e spensierati, topi danzanti al suono di dieci pifferai magici, andiamo a un tumultuoso suicidio collettivo se non delle nostre vite, certo delle nostre intelligenze, certissimamente della nostra democrazia. Democrazia del piffero.
Due Americhe prima non c'erano. E c'era un solo Occidente, con la “O” maiuscola. Adesso le Americhe stanno diventando rapidamente due. Una si chiama Cina, ed è molto più grande dell'altra, molto più grande anche dell'intero Occidente con la “O” maiuscola. E l'Occidente con la “O” maiuscola non c'è più, mentre al suo posto ci sono almeno due occidenti con la “o” minuscola. I quali hanno idee e identità del tutto diverse tra di loro. Tutto è diventato più complicato e temo che dovremo raccapezzarcene.
L'America, per esempio, che era figlia dell'Europa, ma è diventata la sua antitesi, la sua nemica. Oggi, mentre noi europei cominciamo a ritornare in noi stessi dopo la guerra fredda, ce la troviamo di fronte come non l'avevamo mai vista: come una specie di barbarie dominata dal commercio, in cui i rapporti umani sono impregnati di violenza, in cui la scala dei valori è rovesciata, anzi ha scalini del tutto diversi dai nostri. In cima, il più alto, è la concorrenza. Solidarietà, giustizia, uguaglianza non hanno più senso in una società in cui chi vince è solo il più forte, e per gli altri non c'è spazio e non c'è riscatto possibile. Per un po' li abbiamo seguiti, anche perché si erano posti naturalmente alla nostra guida e alla nostra protezione, contro il mostro rappresentato dal comunismo, ovviamente sanguinario e negatore di tutte le libertà. Ma, quando il comunismo è morto (tra l'altro, non attaccandoci, ma suicidandosi) ci siamo accorti all'improvviso che non abbiamo più bisogno di protettori . Ma loro, invece, vogliono continuare a proteggerci, a tutti i costi.
Li abbiamo seguiti perché credevamo che fossero più in gamba di noi, più efficienti, più ricchi. Ma poi ci siamo accorti che noi stavamo pagando la loro ricchezza e perfino le armi con cui ci stavano proteggendo. E ci siamo anche accorti – e questa è stata una bella scoperta – che non eravamo affatto così scalcinati come pensavamo di essere, nemmeno dal punto di vista tecnologico. E, soprattutto, ci siamo accorti che il nostro modo di vivere è niente affatto male. Cresciamo più lentamente, ma viviamo assai meglio di loro.
Infine stiamo cominciando a capire che, per tutte queste ragioni e per molte altre, noi siamo percepiti da loro come dei concorrenti. Non come degli amici. E essere concorrente dell'Impero, così armato, così determinato a non lasciare spazio a nessuno, non è una bella situazione. Dovremo raccapezzarci, e in fretta. Perché loro tendono a trascinarci nelle loro avventure, nelle quali noi non solo non decidiamo nulla, ma che si ripercuoteranno contro di noi. E dalle quali, comunque noi non avremo niente da guadagnare.
Raccapezzarsi, questo è l'imperativo. Viviamo ormai con un mal di testa perenne, per il quale ancora non c'è il cachet definitivo. L'America è quello che è, e dovremo tenercela in questi anni decisivi, alla guida del treno su cui siamo tutti. Un treno lanciato a trecento all'ora, senza destinazione. Mosca e Pechino hanno appena organizzato le loro prima grandi manovre militari congiunte. Non si amano, ma questi due occidenti, tra loro divisi, stanno facendo di tutto perché si sposino. Pechino è corsa a Mosca a comprare Yuganskneftegaz: altro petrolio in caso di emergenza. Mentre i nuovi sommergibili atomici di Mosca ricominciano a pattugliare il Pacifico e i nuovi sommergibili cinesi si spingono al largo, molto al largo, per dare un'occhiata alle coste occidentali dell'America.
Questo è il presente, non il futuro. Non c'è niente da prevedere, perché sta già avvenendo. L'unico avvertimento che mi sento di dare a chi legge queste righe è il seguente: si tenga pronto, bene stretto alla poltrona. L'atterraggio non è annunciato, ma se ha la cintura di sicurezza la tenga agganciata. Anche quando va alla toilette.























