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Lunedì, 19 Settembre 2005 12:08

Viaggio in Cecenia

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Prefazione di Giulietto Chiesa a

“ Viaggio in Cecenia – La guerra sporca della Russia e la tragedia di un popolo ” di Carlo Gubitosa

Ogni volta che torno sul tema Cecenia provo la sgradevo­le sensazione di parlare nel deserto, nel vuoto. Come se le cose che si dicono fossero del tutto inutili, vane, prive di senso. È un tema da teatro dell'assurdo, dove dominano gli ossimori, dove il vero è rovesciato nel falso, dove si può mentire per la gola del tutto impunemente: tanto non c'è quasi nessuno che si preoccupi di ristabilire la verità.

Ricordo che alcuni anni fa, quando ancora regnava Boris Eltsin l'Ubriacone, un presidente americano venne a Mosca e, a richiesta, si sentì rispondere, di fronte a un centinaio di giornalisti, che in Cecenia non c'era nessuna guerra. Anzi, che nessuna guerra c'era mai stata. Ricordo la faccia di Bill Clinton: riuscì a stento a trattenersi dal ridere. Ma anche lui accettò la commedia.

Adesso c'è Vladimir Putin e siamo ritornati ai tempi della "doppia verità", quella di tipo sovietico. Le elezioni cecene: "Perfettamente regolari". Scappa da ridere, ma lui queste cose le dice in tv, e nessuno replica.' ­

Per esempio si veda chi è l'attuale presidente della Cece­nia, quello creato da Mosca. Si chiama Ahmad Kadyrov, 49 anni, ex guerrigliero contro la Russia di Boris Eltsin negli anni 1994-1996, ricercato come "bandito" e bandito davve­ro, sotto ogni profilo. Tutto regolare_

Per cui devo dare atto all' Autore di questo lavoro del suo coraggio, consistente nel parlare di cose reali divenu­te inesistenti.

Kadyrov è un vero kamikaze perché nemmeno lui scom­metterebbe un copeco sulla propria vita. È un avventuriero nel vero senso della parola ed è il primo a sapere che la sua carriera, così come la sua vita, non dureranno a lungo. Pur­troppo per la Cecenia, per i ceceni, nonostante Kadyrov, anzi proprio perché c'è Kadyrov, la pace non è all'orizzonte, né a quello vicino, né a quello più lontano. Vladimir Putin, il pre­sidente "inventato" dagli oligarchi e messo da loro al potere sopra la Russia attraverso la seconda guerra cecena, continua a dipanare la sua strategia, incessantemente pacificatrice: nel senso che non potrà mai raggiungere la pace in Cecenia, "per la contraddizione che nol consente".

Ha promosso, nella primavera del 2003, un referendum sulla nuova costituzione cecena scritta a Mosca, che prevede il mantenimento della Repubblica all'interno della Federa­zione Russa. Naturalmente il referendum è passato con una maggioranza schiacciante di consensi. Tutti fasulli.

L'elezione di Kadyrov - seconda tappa della strategia del Cremlino - è stata un trionfo ottenuto nello stesso iden­tico modo.

Cosa c'entrino i ceceni in tutto questo non è né chiaro, né importante. Importante è, invece, che il presidente Bush, insieme al presidente Putin, pensino che Russia e Stati Uniti, insieme, stiano conducendo una guerra senza quartiere con­tro il terrorismo internazionale. Per la quale tutto è lecito, purchè serva allo scopo. Tutto, inclusa la falsificazione delle elezioni. In nome della democrazia, s'intende.

La terza tappa di Putin è già stata raggiunta: con la pla­teale vittoria, anzi trionfo, nelle elezioni della Duma (la camera bassa del Parlamento russo) del dicembre 2003. Infi­ne la quarta tappa sarà il trionfo plebiscitario di Putin nelle elezioni presidenziali della primavera del 2004. È un dato

così scontato che, scherzando, i russi già chiamano la prossi­ma elezione presidenziale come l' "elezione di Putin". A Dio, e alla Commissione Elettorale Centrale, piacendo.

Tutto potrà accadere, come si diceva, salvo un esito diverso da questo. Tutto potrà accadere, salvo che la pace ritorni in Cecenia. Perché nessuna, proprio nessuna delle condizioni che la rendano possibile è rispettata in questa insensata corsa a tappe della Russia verso il niente. Una corsa che non ha traguardo.

La prima di queste condizioni, necessarie per la pace, infat­ti, sarebbe la presa d'atto della realtà. Essa dice, inequivoca­bilmente, che non si può mantenere indefinitamente un paese, anche piccolo, incastonato a viva forza dentro un altro paese che, tra l'altro, lo aborre. È un matrimonio tra coniugi dis­eguali che si odiano di un odio ormai mortale. Nove anni di guerra, di massacri, di atrocità senza fine, ormai reciproche al punto che nessuno può più accusare l'altro senza mettersi anch'egli sul banco degl'imputati, hanno scavato un fossato incolmabile tra Russia e Cecenia. Nemmeno due o tre genera­zioni potranno far dimenticare l'accaduto agli uni e agli altri.

Una tale constatazione vale quasi per ogni popolo. Vale al cubo per un popolo guerriero come quello ceceno, dalla memoria lunga e dalla lunga dimestichezza con le armi. Imporre ai ceceni lo status di cittadini russi equivale a dichia­rare loro guerra, tutti i giorni, e a ricevere, in cambio, guer­ra, sangue, terrore.

Ci sarebbe un solo modo per ottenere la fine delle ostili­tà, e del terrorismo: sterminando i residui ceceni (circa 600 mila, oggi) che ancora popolano quel territorio martoriato, e deportando quelli rimasti in altre zone. È la soluzione che già Stalin mise in pratica, con un certo successo. Ma nelle attua­li condizioni essa è impraticabile, in primo ed essenziale luogo per ragioni internazionali. George Bush - è ben vero ­- non muoverebbe un dito per impedirla. Uno che organizza una guerra come quella contro l'Iraq non si ferma di fronte a queste inezie. Ma il resto dell'Occidente avrebbe parecchi problemi a farla digerire alle rispettive opinioni pubbliche, anche se riuscisse - com' è riuscito fino ad ora, ma solo in parte - a mettere la museruola ai propri mass media.

La seconda condizione ché Putin non vuole rispettare è di carattere strategico. La guerra contro la Cecenia, cominciata da Boris Eltsin e proseguita da Vladimir Putin, ha cessato ben presto di essere un problema "interno" alla Russia. Pro­babilmente, e solo in parte, essa lo fu all'inizio, ma essa avvenne allora in un contesto internazionale in cui l'obietti­ vo degli Stati Uniti era quello di indebolire rapidamente la Russia, dopo essere riusciti a demolire l'Unione Sovietica.

Rapidamente perché a Washington temevano che, supera­ta la sorpresa e lo choc del crollo, i russi avrebbero potuto rimettersi in piedi e ridiventare pericolosi, con o senza il comu­nismo. E quindi si doveva procedere allo smantellamento inte­grale, totale, senza perdere tempo. Cosa che fu fatta.

In quel contesto la guerra cecena fu immediatamente colta come una occasione preziosa da sfruttare in molti sensi: per demoralizzare l'esercito russo, già debellato dai colpi dei propri governanti, ma soprattutto per sottrarre dalle mani del Cremlino (chiunque ne fosse il gestore) il controllo delle risorse energetiche del bacino del Caspio.

Mantenere vivo l'incendio ceceno avrebbe consentito di impedire il transito su quel territorio di petrolio e gas, ren­dendo "necessarie" altre soluzioni, altri percorsi (via Tur­chia, via Georgia, via Afghanistan) che, a loro volta, avreb­bero privato la Russia di royalties, di controllo dell'area, di influenza politica sulle classi dirigenti locali.

Per tenere vivo il fuoco della guerra non vennero lesinati mezzi. La Turchia ebbe - e continua ad avere - un ruolo cru­ciale. La guerriglia cecena non avrebbe mai potuto sopravvi­vere a lungo senza l'aiuto, il denaro, le armi che arrivavano dai retroterra turco e azerbaigiano. E senza il denaro dell' A­rabia Saudita. I servizi segreti di questi tre protagonisti ester­ni della guerra cecena sono strettamente controllati dai ser­vizi segreti americani. Dunque non c'è alcun dubbio che gli Stati Uniti sono stati tra i promotori e sostenitori della guer­riglia cecena contro Mosca. Continuare a sostenere che la Cecenia è un problema interno alla Russia - come Putin ha fatto e fa - significa solo due cose: o ignorare le più elemen­tari considerazioni di geopolitica, oppure conoscerle ma rite­nere che esse siano funzionali al mantenimento al potere a Mosca delle attuali élites che stanno demolendo lo stato russo.

Scelga il lettore la strada che gli sembra più realistica. Se Putin volesse regolare il problema ceceno non avrebbe che da affrontare la questione direttamente con George Bush, magari a porte chiuse, chiedendo gli di cessare con l'ingeren­z_. Non risulta che l'abbia fatto, mentre risulta che la sua dot­trina militare stia riorganizzando le forze armate russe nella direzione della lotta contro il terrorismo internazionale. Che significa costruire un esercito professionale in grado di ingaggiare un corpo a corpo mortale contro la popolazione del proprio paese.

La terza e ultima condizione che apparentemente non viene presa in considerazione dal Cremlino è l'esistenza di una grande diaspora cecena a Mosca e in tutta la Russia. Una diaspora niente affatto miserabile, molto potente, molto lega­ta ai poteri moscoviti, corrotta esattamente come lo sono i poteri della capitale russa. Ogni tentativo di reale pacifica­zione non può non passare attraverso un compromesso con questa venefica diaspora. Ma i ricchi ceceni di Mosca e San Pietroburgo hanno, nei confronti della propria patria, lo stes­so atteggiamento degli oligarchi russi nei confronti della Russia. Cioè gli uni e gli altri preferiscono che entrambe affondino purché i loro interessi individuali e di gruppo siano preservati. E, come si allearono per cominciare la guerra cecena ai tempi di Eltsin, e per riprenderla ai tempi di Putin, gli oligarchi uniti di Russia e Cecenia sono pronti a prose­guire a oltranza lo scontro tra i ribelli disperati e feroci del Caucaso e i soldati russi, divenuti banditi e feroci come i ban­diti ai quali danno la caccia.

Il che spiega perché Putin non riesce a far finire la guerra cecena: perché forse non lo vuole; perché forse non ha capi­to bene; perché ha attorno a sé troppi consiglieri con i gomi­ti affondati nel sangue. La guerra cecena finirà, se finirà, sol­tanto con la fine della criminalità al potere in Russia.

Letto 188 volte Ultima modifica il Lunedì, 19 Settembre 2011 12:09
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Pubblicato in Prefazioni e saggi
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