Vox Populi
PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA Vox Populi
di Giulio Gargia e Roberto Alessandrini, ed. Yema - Wordteque, 2005
Scrisse Curzio Malaparte qualcosa del genere: che una società può essere definita autoritaria quando tutto ciò che non vi è proibito è obbligatorio. Quella in cui viviamo, al contrario, è sempre più priva di obblighi e le proibizioni sono ormai soltanto quelle del codice stradale o della fecondazione assistita. Nemmeno più il falso in bilancio è considerato una proibizione e Bettino Craxi, il simbolo del contrario di mani pulite, viene ormai osannato in pubblici convegni dell’attuale – si fa per dire – opposizione e, ca va sans dire, nelle adunate del governo.
Naturalmente anche l’insana attività consistente nel fare satira è proibita. E una normale attività d’informazione del pubblico viene considerata alla stregua della satira offensiva. Dire la verità invece si può. Talvolta. Purchè sia redditizio (per chi eventualmente, con parsimonia, la dica), altrimenti non si vede perché la si debba dire, visto che rende di più tacerla o raccontare balle. Del resto raccontare balle, anche quando rendono poco o non rendono, rappresenta sempre un discreto investimento strategico, perché più ignoranti ci sono in giro, meglio si potranno loro raccontare le balle che rendono.
Viviamo dunque in una società che di migliori non se ne potrebbero concepire, perché, a rigore, essa non può essere definita autoritaria. Vi risulta, per caso, che esista da qualche parte un Ufficio per la Censura? O un Ministero della Verità? In queste circostanze non possiamo non dirci liberi. E’ forse effetto della censura se noi non sappiamo praticamente niente del mondo che ci circonda?
Intendo dire delle cose che la gran parte della popolazione considererebbe importanti se sapesse che esistono? No di certo! Quello che noi conosciamo è infatti il frutto del libero arbitrio (mai termine fu più esatto di questo, nel caso in questione) di un migliaio scarso di persone che scelgono del tutto liberamente ciò che noi, di nostra volontà (comprando i giornali e accendendo la televisione) vediamo e leggiamo. C’è la prova: si chiama Auditel. E chi non ci crede mal gliene incolga.
Sono liberi questi signori e signore del “migliaio d’oro”? Beh, non esageriamo. Ma possiamo affermare con sicurezza che loro sono sicuri di essere liberi. O, per lo meno, si comportano, in pubblico, come se lo fossero. Tant’è vero che, se qualcuno dicesse loro che sono dei sepolcri imbiancati, si offenderebbero mortalmente. Ma chi non si offenderebbe sentendosi dare del bugiardo, se non di peggio? Alcuni di loro, non tutti per la verità, sono anzi convinti di essere pervenuti nell’augusto ruolo di dispensatori della nostra “agenda del giorno”, tutti i giorni dell’anno, per “adempiere una missione”. Non scherzo. Giuro che ne ho sentito più d’uno, di questi – che i malvagi qualificano come sepolcri imbiancati e bugiardi – affermare proprio questa strana idea: di avere una missione da compiere.
Ho riflettuto a lungo su quale potesse essere una tale missione per uno come Emilio, o come Clemente, o come Michele (non trattasi di Santoro, ndr) , o come quel tipo che si sporge dalla Loggia con un tozzo di Panebianco in mano, o come il Merlo transfuga, o colei che è stata chiamata ad Annunziare per conto di Garanzia dell’Opposizione, quando quest’ultima non c’è, il che accade quasi sempre. E finalmente mi è venuta un’idea: forse la missione consiste nell’essere “leali verso l’editore”.
Non è uno scherzo, credetemi. Ricordo che una volta, molto tempo fa, ebbi la fortuna di ascoltare uno dei più autorevoli giornalisti italiani spiegare allo sbalordito pubblico russo (assetato di libertà dopo decenni di censura comunista) che il compito dell’informazione libera era quello di essere “fedele alla notizia” e “leale verso l’editore”. Un compito così importante che …. erano due. Dal duplice adempimento dei quali nasceva, sulla potenza dei quali si fondava, nientepopodimeno che la Democrazia. Ho notato più volte nella mia carriera di giornalista che quando un direttore viene nominato, quasi sempre scrive un editoriale (tutti lo hanno fatto salvo il direttore di Rossella 2000, che se l’è fatto scrivere) in cui giura e promette ai suoi lettori (o telespettatori) di essere lì, proprio in quel posto, solo per servire la notizia. Mai che dica che ha anche il compito di essere leale verso l’editore. Dimenticanza veniale.
Che tuttavia non impedisce il sorgere simultaneo di una serie di domande. Una delle quali potrebbe essere così formulata: ma perché mai uno diventa, a un certo punto della sua vita, Editore? A qualcuno di voi è mai capitato? Mi piacerebbe sentire cosa prova. Supponiamo che produca automobili, o frigoriferi, o che ci aiuti a telefonare alla mamma quando siamo fuori di casa. Perché uno così dovrebbe diventare Editore? Ha incontrato l’angelo sulla via di Damasco? Salvo eccezioni, pare di no. In primo luogo perché non è andato a Damasco, in secondo luogo perché anche andando a Damasco, o a Cologno Monzese, è difficile trovare angeli. E’ più facile incontrare una ronda leghista, ma è improbabile che ti suggerisca di diventare Editore. Si ritiene comunemente, dunque, che lo faccia perché vuol fare soldi con la nuova attività. Che, come tutte le attività imprenditoriali, comporta rischi. Almeno li comportava prima che arrivasse il capitalismo allegro di Wall Street e di Parma(lat). Questa, editoriale, ne comporta di due tipi: uno economico in senso stretto (cioè può succedere che produca perdite invece che guadagni) e uno economico in senso lato (cioè puoi essere costretto a imbatterti in notizie che contrastano con il tuo interesse).
Nel primo caso, invece di vendere la verità puoi sempre fare come Rossella 2000, vendi balle, che rendono molto di più. Nel secondo caso, se vuoi continuare a fare l’editore dovresti dare anche le notizie che ti danno fastidio, altrimenti dovresti cambiare mestiere, vendere la ditta e tornare a produrre telefonate, supponiamo. Ebbene, cari amici: non succede mai. L’Editore, resta folgorato , anche lui, dalla missione, e si trasforma in propagandista di se stesso, tramite i suoi maggiordomi, oppure un bugiardo, oppure un censore dei suoi maggiordomi. Quelli che non accettano di essere maggiordomi vengono subito licenziati o messi in condizione di non nuocere.
La seconda e inesorabile domanda riguarda il direttore e i suoi più immediati collaboratori. Come ci si regola quando la notizia collide con gl’interessi dell’editore e quest’ultimo – come avviene quasi sempre – intende sacrificare la notizia invece di sacrificarsi alla notizia? I sepolcretti, le rare volte che si riesce a parlare con loro di queste sgradevolezze, rispondono in genere con un largo ventaglio di opzioni, tutte molto diplomatiche, nessuna delle quali – si può esserne certi – prevede il venire meno della lealtà all’editore. Cioè, per dirla con eccessiva crudezza, mandano la notizia a quel paese in cui non ci sono editori. E’, del resto, cosa che fanno tutti i giorni, sempre con l’idea di compiere una missione, perché non c’è niente di così potente come la falsa coscienza, con cui il sepolcro imbiancato motiva e giustifica le sue scelte più laide e inconfessabili. Una delle quali – i maligni direbbero la più importante – consiste nel conservare stipendio e potere guadagnati con così tante genuflessioni e piegamenti (o allargamenti) vari. Non possiamo non essere solidali. Come si fa a buttare via tutto quel ben di dio, dopo esserselo guadagnato rinunciando a tutto, anche alla propria dignità? E, se per caso, capitasse loro, di leggere negli occhi dei subalterni una piccola luce di disprezzo, allora ogni ritorsione, anche la più velenosa, sarà giustificata. Come si permettono questi qui? Come disse un giorno quel galantuomo di Romiti, che ne ha avuto più d’uno, e di illustri, alle sue dipendenze: un giornalista, prima di parlare, dovrebbe tirarsi su i calzoni (o, nel caso degli altri due sessi, le mutandine).
Quanto detto sin qui è perfino scontato e ovvio, se si parla tra persone ragionevoli. Il problema diventa più complicato quando si tenga conto che gli editori ormai scarseggiano. Infatti i processi di concentrazione e le cosiddette sinergie, sono diventati tanti e così complessi che restare legati agl’interessi dell’editore comporta l’improba fatica di imparare a memoria interi alberi genealogici, intrecci di partecipazioni azionarie, affiliazioni politiche trasversali e tantissime altre cose del genere. Come si vede roba da altissima qualificazione professionale. E’ per questo che li pagano così bene. Ve lo immaginate quante cose deve sapere il direttore di Time per non far uscire un articolo “sleale” verso qualcuno dei segmenti della gigantesca corporation che si chiama America-on-line-Time-Warner?
Non parliamo poi delle complicazioni politiche. Nel momento in cui i media hanno cessato di essere “quarto potere” per diventare parte integrante del “Potere”, è ovvio che i direttori e tutti quelli che contribuiscono a formare l’”agenda del giorno” devono tenere conto, poverini, di una vasta serie di inesorabili connessioni. Qui la lealtà verso l’editore si sublima in una straordinaria sequela di inchini e ricatti vicendevoli, al termine della quale, appunto, il prodotto finito, risultante, l’”agenda del giorno”, non ha più nulla a che vedere con la “notizia” e diventa semplicemente “ciò ch’è opportuno comunicare”.
Per fortuna ci sono le cene e i pranzi, e i cocktails, nel corso dei quali s’impara, gradualmente, ciò che si deve comunicare e cosa – assolutamente - non si deve. E’ attraverso una successione di prove estenuanti che si deve imparare l’arte suprema della discrezione, o della diversione, e poi, la mattina successiva, applicare ciò che si è appreso. Solo dopo aver superato esami di straordinaria precisione e sottigliezza si può diventare uno come Magdi, esempio preclaro di una spettacolare serie di “aggiustamenti del tiro”. A quel punto, dopo avere tutto dato, e tutto appreso, la carriera ti arriderà, arriveranno i grandi stipendi, le prebende, la gloria di andare tutte le sere da Bruno, a recitare la parte del fesso disciplinato, esattamente come quasi tutti i leader dell’opposizione. Come scrive assai lucidamente (e ferocemente) Luciano Gallino, “mediante il conformismo un individuo si mostra ligio al volere dei superiori, attesta d’avere interiorizzato i codici comportamentali dello strato superiore, assicura i membri di quest’ultimo che se sarà cooptato in esso agirà nello stesso modo che se vi fosse nato. E’ questo il comportamento che meglio assicura l’ascesa nelle organizzazioni complesse”.
Ultimamente però le cose tendono a semplificarsi. Accade quando anche gli editori si concentrano. Non nel senso che cercano di pensare con maggiore intensità, bensì nel fatto che si comprano l’un l’altro, eliminando l’avversario. In tal caso tutto diventa effettivamente molto più lineare. Se, per esempio, il padrone di tutte le tv e di quasi tutta la grande editoria è uno solo, ecco che il problema della fedeltà all’editore diventa di una facilità sconcertante. Niente equilibri da tenere in piedi, niente difficoltose acrobazie. Basta andare a cena con lui, ogni tanto. Oppure – ed è il caso più frequente, basta saper leggere i suoi desideri e l’andamento delle sue azioni, in Borsa e politiche.
Campione assoluto di queste letture è il buon Vespa, ma dove mettere Clemente e Maurizio e Lamberto e Enrico? Una gran gara alla quale non partecipa Giuliano. Lui i desideri dell’Editore supremo e immarcescibile addirittura li crea, li anticipa. Lui, insieme a pochi altri eletti, è – ha scritto Robert Musil prima di conoscerlo, semplicemente descrivendo l’archetipo – “come un cane di razza che si cerca il posto sotto la tavola, insensibile ai calci non per bassezza canina ma per affetto e fedeltà, e appunto i freddi calcolatori non hanno nella vita la metà del successo conseguito invece dagli spiriti felicemente equilibrati, che nutrono sentimenti veri e profondi per le persone e le condizioni capaci di portare loro vantaggio”.
Dietro questi cani, di razza ma sempre cani, s’intravvedono, anzi si vedono moltissimo, schiere d’individui che svolgono ruoli altrettanto essenziali nel riempire il nostro povero tempo comune di una quantità sterminata di “non notizie”, di scemenze, di “non cose” e “non persone”, nel senso che è tutto, proprio tutto, finto quello che ci fanno vedere e leggere. Trattasi di intrattenimento e pubblicità e di quel brodino riscaldato costituito dall’infotainment, ovvero informazione più intrattenimento, varia umanità e disumanità distribuiti a piene mani lungo tutti i fusi orari. Da tempo costoro, i Bruni, i Michele (non di Santoro qui si tratta, ndr), i Maurizi, le Alde, le Marie, le Mare e una coorte di nani, nanetti, ballerine, chiromanti, squinzillacchere, “òmmini”, “ominìcchi”, “quaqquaraqquà” (per citare Leonardo Sciascia) sono diventati i veri padroni dei nostri cuori.
Senza di loro l’immenso vuoto delle “non notizie” resterebbe tale e fin troppo visibile. A loro viene affidato l’incarico di scaricare tutte le latrine dei loro animi e di quelli dei loro autori , che ancora sanno scrivere, nei cervelli di milioni e milioni di persone, tra cui vanno annoverati quelli dei nostri figli, che così crescono concimati dalle produzioni Rai e Mediaset, a loro volta acquistate nella fabbrica centrale della BCC (“Brain Conditioning Corp.”), che vanta tra i suoi exploit la lobotomizzazione dei cervelli delle masse statunitensi.
Si tratta di operazioni complesse che richiedono alta specializzazione idraulica. Non tutte le cloache televisive funzionano. Vedi Excalibur. Per cui non si puà improvvisare. Ci vuole gente di elevata esperienza, disposta a ogni nefandezza: spazzacamini dell’anima, titillatori dell’imbecillità, onanisti di rango, esibizionisti d’istinto, pornografi d’elezione, poeti del turpiloquio. Bisogna riconoscere che non ce n’è molti in giro, purtroppo, per il momento, in Italia.
E’ per questo che ormai da tempo tutti i canali, pubblici e privati, sono riempiti dalle stesse facce, sempre uguali, di mattino, pomeriggio e sera. E’ come assistere a una sfilata degli orrori. I ripetuti lifting hanno trasformato quei visi, che un tempo sprizzavano intelligenza, in orribili maschere inespressive, ebeti, immobilizzate in espressioni standard. Se – come è successo davvero – capita un incidente luttuoso, quelli continuano a ridere anche mentre lo annunciano. Non è colpa loro, non possono più farci niente. Immaginate il dolore nei loro cuori quando si guardano sugli schermi a ridacchiare delle disgrazie altrui. Mike, nonostante l’età, è ancora tra i più vivaci. Fortunato. Iva si riconosce solo quando alza il sopracciglio destro. Le voci somo quelle registrate nelle vecchie puntate di gioventù. Solo le ballerine vengono rinnovate a ogni infornata. Si risparmia sui reggiseni e sulle mutandine, per altro d’importazione: sono fatte con minuscoli ritagli dei burka dismessi dalle ormai emancipatissime ragazze afghane.
Per quanto concerne la pubblicità , quando non la si importa già bell’e fatta dalla BCC, la si affida a branchi di cretini di tutti e tre i sessi, che hanno sfogliato in vita loro solo rotoli di carta igienica per garantirsi un’adeguata formazione culturale, e Penthouse per quella accademica. Il loro orizzonte è quello del buco della serratura, del resto condiviso con quello di Maria, Bruno e Michele (non si tratta qui di Santoro, ndr), integrato con puntate alle Seichelles, un po’ di shopping sulla Fifth Avenue, un volo per ritemprarsi a Piccadilly Circus. Le loro quattro idee (esattamente quattro) del mondo le rimescolano in ogni salsa e le ammanniscono come moda, gusto, leggi di comportamento, a milioni di giovani, del tutto ignari di essere esposti all’irraggiamento di dosi insopportabili d’imbecillità concentrata. Mai era accaduto nella storia umana che interi popoli venissero sottoposti al dominio programmato di gruppi ristretti di minus habentes elevati al rango di arbitri dell’eleganza e del buon gusto.
In questo contesto, qui riassunto in poche righe, come ben capite, non c’è posto per Enzo, o Michele (qui si tratta proprio di Santoro, ndr), o Sabina, o Corrado, o chiunque altro si permetta di re introdurre anticaglie diseconomiche come la Verità, la Dignità, la Correttezza Professionale, l’Eleganza, la Critica, la Decenza.
Così è, se vi pare. Se non vi pare, tenetevi questa galleria degli orrori, in casa vostra, tutti i giorni dell’anno. Se poi i vostri figli manifesteranno comportamenti non catalogabile tra quelli che i vostri genitori (non voi) consideravano normali, allora potrete pensare che sta cominciando davvero “Il Mondo nuovo”. Se non sarete più in grado di pensare, né voi, né loro, allora vi anticipo che siete già entrati nel “Mondo Nuovo”. Buon viaggio. Prossima sosta: Teheran.
Se tutto questo non vi piace, lo trovate rivoltante, pericoloso, non democratico, insultante per la vostra intelligenza, pregiudizievole per il nostro comune futuro, allora organizzatevi per riconquistare almeno un minimo di democrazia nella comunicazione e nell’informazione di questo paese.
























