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Lunedì, 29 Settembre 2008 10:11

Prefazione al libro di Barbara Hoffmann e Wilma Zanelli ‘'L'albero del corvo e del gabbiano'', Le Château Edizioni

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di Giulietto Chiesa

Come ogni prefazione che si rispetti, la prima cosa che deve suggerire al lettore è se il libro valga la pena di essere letto. In genere chi accetta di scrivere la prefazione, o l'introduzione, a un libro, ne condivide i contenuti, o ne apprezza lo stile, oppure concorda su entrambe le cose. Oppure ancora può avere delle riserve, anche sostanziali, sul contenuto, ma giudica che la spinta che ha mosso l'autore a scrivere il libro debba essere lodata, incoraggiata, sostenuta.

 

Nel mio caso, di fortuito predatore di queste pagine, io aggiungo una speciale caratteristica, che potrebbe del tutto inficiare l'obiettività delle mie conclusioni: sono un amico di lunga lena dell'autrice, ne conosco l'opera pratica in Mozambico, cioè in Africa; ho avuto modo di vedere in azione l'infaticabile intelligenza di una donna eroica.

Sono dunque parziale. Non potrei scrivere male di chi ha messo le dita ancora sporche della terra africana sulla tastiera di un computer per raccontare cos'è la ricchezza straordinaria della povertà.

Il fatto è, però, che appena mi sono messo a leggere queste pagine, che diluviano di storie vere, drammatiche, ha capito, prima di ogni altra cosa, che noi occidentali e ricchi abbiamo perduto un mare di sentimenti e di sensazioni nell'inseguimento dei nostri idoli moderni. Ci siamo a tal punto inariditi e istupiditi da non trovare più il tempo di alzare lo sguardo verso il cielo e dedicare non dico cinque minuti al giorno, ma al mese, o all'anno, alla meditazione sull'uomo e sul suo rapporto con la natura.

Cioè con noi stessi.

Barbara Hoffman ci mette in guardia, fin dall'inizio, che questo libro può essere letto solo “in due”, cioè noi e il nostro alter ego, “la nostra parte più intima”, quella dove non gettiamo mai lo sguardo e quella, di conseguenza, che non solo conosciamo meno, ma che non usiamo mai.

Quindi è qualche cosa di molto più vasto che non un viaggio in Africa: è una specie di viaggio dentro se stessi. Leggere queste poesie, questo intreccio di vite, questi pensieri di persone terze immensamente, a prima vista, lontane da noi in tutti i sensi, lo si può fare restando a galleggiare a malapena sulla schiuma del folklore. Ma se si ha la forza di guardare sotto il pelo dell'acqua marrone dell'Africa, si scopre che il fango che la rende torbida ha la stessa vischiosità dei nostri doppi e tripli pensieri, quelli nei quali non osiamo addentrarci coscientemente, quelli che emergono a fatica dai nostri sogni che subito dimentichiamo.

Ahi!, che ritratti di buone intenzioni malriposte, che si traducono in ferocia involontaria, si trovano in queste righe! Quante volte dovremmo recitare il proverbio dell'inferno lastricato di buone intenzioni? Fada, il Virgilio di questo racconto, la protagonista e l'autrice, cioè anche il Caronte, tiene la mano leggera su tutti, quasi benedicendoli mentre li descrive. Ma è anche un viaggio nell'inferno, che si fatica a reggere, per contrasto, proprio perché le parole volano leggere mentre sorvolano paesaggi di guerra e di morte, di violenza, di fame, di sete.

Quest'Africa che s'intravvede bellissima, è come un paradiso terrestre pieno di crudeltà inenarrabili. Solo Fada, che ha scelto di attraversarle direttamente, come un lento passaggio sui carboni ardenti, può raccontarcele.

Ma, alla fine della lettura di queste pagine così vitali, a tratti travolgenti, ci si scopre dentro i colori netti dell'Africa, con le loro ombre senza equivoci, con i loro cambi repentini, senza compromessi di chiaroscuri sentimentali e romantici. E ci si accorge di avere camminato, seppure per poco, in mezzo alle vite degli altri, in loro compagnia, qualche volta mano nella mano: altri che sarebbero stati irrimediabilmente lontani senza Barbara Hoffman.

Letto 1330 volte Ultima modifica il Mercoledì, 29 Settembre 2010 10:44
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Pubblicato in Prefazioni e saggi
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