Oggi penso che le critiche che ti mossi allora erano solo parzialmente giuste e che le tue controcritiche indicavano punti di vista a cui non ero abituato. Accettai l’invito-sfida, entrai in Alternativa e senza rinunciare al mio angolo di visuale iniziai a prendere in considerazione anche il tuo. A quasi un anno devo dire che se non l’avessi fatto sarei rimasto cieco da un occhio, senza nessuna speranza di ottenere una visione stereoscopica. Non ce l’ho a 360 gradi - e penso che in un periodo di transizione, al di là dei limiti personali, nessuno può avere realmente una visione generale - ma ho motivi per ritenere che almeno certi scenari oggi mi si presentano in tre dimensioni.
Dalla mia credo di avere un approccio abbastanza potente (che per altro non è farina del mio sacco ma, come sai, nella sua essenza è dovuto al compianto Giovanni Arrighi). Tuttavia lo applicavo utilizzando un insieme di parametri non sufficienti. Quindi alla fine avevo un telescopio potente ma puntato sempre sulla stessa porzione di cielo. Oggi ne ho una mappa un po’ più ampia e lo devo al lavoro svolto con te e con gli altri compagni e amici di Alternativa che, chi in un modo chi in un altro, mi hanno fatto capire l’insufficienza del mio sguardo.
Per essere più specifici, oggi ho una visione meno standard delle relazioni tra capitalismo e natura extraumana, e quindi tra i rapporti sociali e di produzione e la sfera biofisica. Ad esempio, non credo più possibile pensare in termini binari: società da una parte e natura dall’altra. Sintetizzando: non “società e natura” ma “società nella natura”. Questo punto di vista ci dovrebbe spingere a ulteriori riflessioni; ad esempio sul fatto che anche il concetto di “impronta ecologica” che spesso utilizziamo è solo una prima approssimazione, utile ma non sufficiente perché esso parla di un effetto mentre le trasformazioni ecologiche sono anche causa di trasformazioni sociali. E non per un semplice meccanismo di feed-back ma per intrecci molto più dinamici e complessi.
Ogni progetto sociale è un progetto geo-socio-ecologico, ovvero coinvolge la riorganizzazione non solo dei rapporti sociali ma anche della sfera biofisica e quindi dei rapporti di potere che in ogni dato momento la governano.
Il difetto della geopolitica presa a se stante è la sua focalizzazione sul Risiko dei rapporti di potere. Da questo punto di vista faccio mia la classica “diffidenza marxista”. Ma è altresì non accettabile il rifiuto preconcetto di tutto ciò che inizi col prefisso “geo”. Un rifiuto che unisce buonisti eclettici a coriacei dogmatici di ogni sorta e a persone dotate di buone intenzioni ma perennemente costrette a dire “Non era questo che volevo”.
Il concetto di “geo-grafia” è indispensabile, perché i rapporti sociali capitalistici non si svolgono in qualche eterea dimensione ma sulla Terra, su Gea. Quindi il capitalismo in generale e tutte le sue “ondate realizzative” che si sono succedute mettono in moto complesse relazioni tra la geografia, la società e la sfera biofisica.
Per le medesime ragioni ogni crisi capitalistica sistemica è la crisi di una determinata configurazione geo-socio-ecologica. Questa visione non settoriale ma più complessiva - usando un termine un po’ abusato potrei dire “olistica” - mi è stata suggerita inizialmente proprio da te e dalle nostre discussioni, a volte accese. Una dimostrazione, sia detto incidentalmente, che la democrazia e il confronto se non altro evitano che uno se la suoni e se la canti da solo, rinchiudendosi infine in un soddisfatto, o rancoroso, autismo intellettuale.
Alternativa è una delle pochissime forze politiche che in Italia insiste sul pericolo della guerra. Questa insistenza è un ingrediente essenziale del nostro lievito. Alternativa denuncia con insistenza questo pericolo, non solo perché è più di un decennio che assistiamo a un crescendo di guerre, non solo perché la guerra è l’evento più drammatico che la società umana possa sperimentare, non solo perché intuiamo che siano all’opera giochi geopolitici pericolosissimi. Lo facciamo perché abbiamo capito che una crisi sistemica geo-socio-ecologica come questa può essere risolta capitalisticamente solo con una riorganizzazione geo-socio-ecologica globale che per sua natura richiede una ridefinizione violenta dei rapporti di potere internazionali, finalizzata ad una nuova ondata di rapine sociali ed ecologiche.
Il capitalismo si basa su differenziali in ognuna delle singole sfere in cui, per comodità, suddividiamo l’esistente: sfera politica, culturale, finanziaria, economica, produttiva, ecologica, eccetera, eccetera. In altri termini si basa su disuguaglianze che partono dalla vita quotidiana per arrivare ai grandi sistemi di potere. Questi differenziali richiedono continue occupazioni - colonizzazioni, rapine, cooptazioni - dell’«altro», di ciò che ancora non è stato inglobato, usato e magari esaurito. Queste occupazioni generano conflitti: conflitti sociali, conflitti di potere, conflitti con la natura.
L’alternativa a queste dinamiche disastrose è una ridefinizione dei rapporti sociali e quindi dei rapporti tra la società, l’economia e la natura. Questa è l’alternativa che indichiamo e che è tanto più urgente quanto, oltretutto, è molto improbabile che la riorganizzazione violenta dei rapporti globali possa dar luogo ad un nuovo “ordine mondiale capitalistico”, per quanto odioso possa essere, se non con la prospettiva di una crisi ancora più immane e in tempi ravvicinatissimi. Siamo infatti in presenza di un pianeta capitalisticamente esausto. Questa oggi è Gea.
Per qualcuno si andrà quindi, per forza di cose, incontro al sol dell’avvenire. Per noi, se non facciamo qualcosa, è invece più probabile che si andrà incontro a un drammatico aggravamento del caos sistemico presente.
E’ per questi motivi che ritengo che ogni tipo di soluzione neo-keynesiana (con tutti i suoi corollari e le sue premesse come il no all’euro o il sì alla BCE prestatore di ultima istanza) non sia in realtà una soluzione. Può darsi che possa servire temporaneamente a tirare il fiato. Io ne dubito, ma ne potremo discutere in Alternativa e fuori. Sicuramente non sarà in grado di risolvere il presente caos sistemico. Non accadde nemmeno con la precedente crisi sistemica, dove il keynesismo fu successivo alla II Guerra Mondiale e al nuovo ordine mondiale che ne scaturì.Non ci sono nuovi elementi che indichino che oggi dovrebbe andare in modo diverso. Almeno, io non ne vedo, se non una vaga idea di “lesson learned”. Vaga quanto utopica. Qui purtroppo vale infatti la desolata domanda che nella ballata “Where Have All the Flowers Gone?” faceva Pete Seeger: “When will they ever learn? Quando mai impareranno?”.
Toccherà a noi fargliela capire; un compito immane, ma obbligatorio. Pensando globalmente e agendo localmente, come si diceva una volta.
Una prassi politica con un respiro ecologico.
Con amicizia
Piero Pagliani
Caro Piero,
la tua lettera ha per me alcuni grandi significati. Non parlo dell'amicizia e della stima che, in questo anno, si è istituita tra di noi.
Parlo del metodo, che tu hai così bene illustrato. Noi ci siamo accinti allo stesso difficilissimo compito di costruire un edificio di idee su un terreno instabile e franoso. Ci siamo arrivati, a questa decisione, partendo da punti diversi. Molti dei nostri compagni di strada stanno facendo lo stesso percorso. Tutto questo è molto significativo: vuol dire che la consapevolezza della necessità di costruire, anche malgrado la precarietà del terreno, si va estendendo. E' come accade alle scoperte scientifiche più importanti: nascono sempre, simultaneamente, in punti diversi dello spazio. Perché sono mature.
In secondo luogo (ma non per importanza) c'è la questione dei "punti di vista". Hai colto bene quel mio discorso di Pordenone: si può capire la complessità, in realtà ogni questione difficile, solo se la si sa guardare da diversi punti di vista simultaneamente. E' un pò come il cubismo di Picasso, che, scomponendo la figura, riesce a mostrartene parti e significati che, altrimenti, non avresti mai scoperto. Solo la pluralità dei punti di vista permette di far salire d'un ordine di grandezza la comprensione dei fenomeni e questo è, in politica, perfino più importante che non nelle scienze naturali o nella logica.
E qui viene il difficile, perchè noi tutti siamo in qualche modo conformisti e abbiamo la tendenza a tenerci ben stretto il nostro punto di vista, quello nel quale siamo più sicuri di poter reggere il confronto con gli altri, quello che ci piace perché è nostro, o perché è diventato nostro. Ecco, noi stiamo facendo di questo principio, dei diversi punti di vista, un criterio per la formazione di un nuovo gruppo dirigente. Oggi di Alternativa, domani per la formazione di nuove classi politiche italiane ed europee.
A ben pensarci è già straordinario quello che tu scrivi. Ed è già straordinario che una cosa così difficile possa sorgere in un momento di crisi come questo. Ma qui ci soccorre un "altro" punto di vista: che "solo" in un momento di crisi come questo, quando l'insieme delle nostre percezioni precedenti si rivela inadeguato, può emergere la possibilità di un grande salto di qualità, di un cambio di stato.
Quello che scrivi mi conforta e mi incoraggia a proseguire. Vale per tutti quelli che si sono imbarcati in questa avventura che, secondo un certo punto di vista è intellettuale, ma secondo un altro punto di vista, è l'unica politica che valga la pena di fare. E per questo ti ringrazio.
Giulietto























