Giulietto Chiesa , Pisa 26 Marzo 2013 In evidenza
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Può emanciparsi un demos ridotto a schiavo? In evidenza
Un botta e risposta fra il professor Flavio Cuniberto e Giulietto Chiesa sul “mito democratico” e sulla difficoltà della “pars costruens”.
Come pensare che un demos in stato di schiavitù mentale (al punto da godere delle proprie catene) possa rappresentare un’istanza «sana», a cui affidare, per esempio, il compito delicatissimo di controllare le nuove tecnologie genetiche?
O si può cogliere in pieno l’unicità di questo passaggio epocale, vedendo nella vertigine del grande cambiamento la necessità e la possibilità di un vero e proprio balzo evolutivo dell’homo sapiens?
Gent.mo Sig. Chiesa,
ho letto con grande interesse il suo ultimo libro ("Invece della catastrofe"): lucida conferma di cose che in parte sapevo o sospettavo, ma arricchita di molti elementi nuovi e articolati (a cominciare dagli ultimi capitoli sul micidiale «kombinat» di informatica e ingegneria genetica, e sulle connesse prospettive di potere). Posso dire di condividere in toto la sua analisi, o almeno la pars destruens della sua analisi (sulla quale perciò non mi soffermo, dando ormai per scontate le tesi sulle strategie offensivo-difensive dell’oligarchia finanziaria, dal 2001 al 2007 ecc.). Mi permetto invece di sottoporle la mia perplessità sulla pars construens, diciamo così, del suo libro, che giustamente preoccupato di individuare una contro-strategia si appella in modo contradittorio a quello che chiamerei il «mito democratico». Mi spiego meglio.
La lotta di classe è controproducente - Risposte Alternative - Giulietto Chiesa In evidenza
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Corea del Nord, problema al contorno - Editoriale 10.04.2013 In evidenza
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Thatcher e Gorbaciov, scintille fra "ossi duri" In evidenza
di Giulietto Chiesa – La Stampa.
Il rapporto tra la Lady di ferro e Mikhail Gorbaciov è stato più volte materia di discussione, e di curiosità non solo tra noi, ma anche nel suo entourage. Più volte, specie a tavola, se ne parlò. Scherzando, però, solo fino a un certo punto. Per Mikhail Sergeevic era una cosa seria. Non fu mai soltanto una questione politica.
Lo ha ricordato anche nella sua dichiarazione di condoglianze di ieri. Io gliel’ho sentito dire in modo molto netto in più d’una occasione: «Fin dal primo incontro del 1984, quando ancora non ero stato nominato segretario generale del PCUS, avevo capito di trovarmi di fronte a un "osso duro". Il confronto era stato molto spinoso, pieno di asperità. Lei non faceva complimenti, andava diritta al sodo. Io anche. lei era convinta della superiorità del sistema in cui credeva. Lo ero anch’io, del mio. Sprizzavano scintille. Ma io vedevo anche un’altra cosa: era curiosa, era interessata a capire. Ed era convinta che avrebbe potuto convincere non solo me ma tutto il mondo. Insomma era una forza». Questo era, più o meno, anche il retroterra psicologico di Gorbaciov e poteva finire male.


















